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Sardegna: rifiuti abbandonati, l’alibi del turista e le colpe di chi ci vive

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Foto di repertorio, strada vicinale nel sud della Sardegna, notiziaMIX 2025.

Immaginate l’azzurro accecante del maestrale che spazza la costa, brutalmente interrotto dal grigio opaco di un frigorifero abbandonato tra i cespugli di lentischio. È un pugno nello stomaco, una ferita aperta nel cuore di una delle terre più antiche e affascinanti del Mediterraneo. Eppure, quando si parla del degrado ambientale in Sardegna, la narrazione popolare e mediatica tende a compattarsi attorno a un nemico comune e rassicurante, il turista. Quel visitatore distratto, talvolta arrogante, che sbarca sull’isola solo per consumarla e sporcarla. Ma se avessimo il coraggio, e l’onestà intellettuale, di guardare oltre la coltre di questo comodo alibi, cosa scopriremmo? Forse che noi sardi siamo i peggiori nemici di noi stessi?

L’anatomia di una cunetta sarda

Se applichiamo il metodo d’indagine crudo e fattuale che la vera informazione impone, dobbiamo necessariamente analizzare il corpo del reato. Basta percorrere le strade provinciali, inoltrarsi nelle complanari o sbirciare nelle famigerate cunette per smontare in pochi secondi la tesi dell’invasore incivile. Tra le frasche bruciate dal sole non si trovano solo le bottigliette d’acqua, i mozziconi o i pacchetti di patatine, tipici scarti di un turismo frettoloso.

Quello che emerge è un vero e proprio cimitero di elettrodomestici, scarti di edilizia, materassi sfondati, vecchi pneumatici e sacchi neri colmi di indifferenziata domestica. È palesemente irragionevole credere che una famiglia in vacanza porti con sé un bidet sbeccato, delle latte di vernice o delle lastre di eternit per abbandonarli nelle strade del Campidano. Questa spazzatura parla un dialetto squisitamente locale. È il prodotto di una pigrizia civica che in molti si rifiutano di guardare in faccia.

L’escamotage del capro espiatorio

Qui entra in gioco un meccanismo sociologico e politico affascinante quanto perverso. L’identità sarda è storicamente fondata su un orgoglio profondo, su un senso di appartenenza viscerale a una terra percepita quasi come sacra. Ma quando questo orgoglio perde lucidità, rischia di trasformarsi in una retorica di facciata. Incolpare lo straniero è una mossa politicamente e psicologicamente perfetta, deresponsabilizza la comunità, assolve talvolta alcune amministrazioni locali dalle loro ataviche inefficienze nella gestione dei rifiuti e crea una finta coesione sociale contro la minaccia esterna.

Oltre la retorica per ritrovare il vero orgoglio

Sia chiaro, il turismo predatorio esiste. I vacanzieri maleducati che abbandonano la plastica in spiaggia o deturpano le coste sono una piaga reale che va sanzionata senza la minima pietà. Ma non possiamo permettere che la polvere venga nascosta sotto un tappeto di finto campanilismo. Il vero amore per la propria terra non si dimostra erigendo barricate verbali contro chi viene da fuori, ma chinando la schiena per raccogliere ciò che è stato gettato e, ancor prima, isolando socialmente quel vicino di casa che inquina.

La politica, a ogni livello, deve smettere di assecondare questa narrazione vittimistica per raccattare facili consensi. Serve un patto sociale nuovo, fatto di controlli severi, fototrappole efficaci, incroci dei dati sulle utenze domestiche e un sistema di smaltimento che non lasci alibi a chi preferisce il buio della notte per sbarazzarsi di un vecchio divano.

La bellezza della Sardegna è un privilegio assoluto, un dono della geografia e della storia. Ma ogni privilegio porta con sé una responsabilità inderogabile. E questa responsabilità, prima di chiunque altro, spetta a chi quest’isola la chiama casa.