C’è un errore prospettico che la classe dirigente e i salotti intellettuali italiani continuano a commettere, con una perseveranza degna di miglior causa, considerare il fenomeno Roberto Vannacci come una mera scoria pop, un rigurgito temporaneo destinato a svanire alle prime vere piogge della politica. Ebbene, togliamoci subito i paraocchi, non è così. Se analizziamo il tessuto sociale ed economico del nostro Paese, ci rendiamo conto che l’ipotesi del generale al governo non è una stravagante distopia, ma la logica – e inquietante – conseguenza di decenni di scelte mancate.
Il rancore come malta sociale
Per capire la presa di un discorso politico che fa leva sull’identità e sul rifiuto del politicamente corretto, non basta stracciarsi le vesti invocando la Costituzione. Bisogna scendere nel ventre molle del Paese. L’Italia, lo dicono i numeri, è un’anomalia dolorosa, l’unico Stato europeo in cui gli stipendi, negli ultimi trent’anni, sono evaporati sotto il peso dell’inflazione senza mai recuperare terreno.
Abbiamo generazioni che non conoscono altro che la precarietà, una classe media che scivola verso l’indigenza silenziosa. Quando il portafoglio piange e il futuro sembra una promessa infranta, la frustrazione sedimenta e diventa rabbia. E la rabbia ha fame. Ha fame di colpevoli semplici e di soluzioni nette. Vannacci si è insinuato in questa faglia sismica della società, offrendo a un elettorato esausto un capro espiatorio e una narrazione rassicurante, in cui i torti subiti trovano una spiegazione, seppur parziale e polarizzante.
Lo strappo con l’Europa e la paura dei confini liquidi
A questo disagio si salda, in un incastro micidiale, la percezione ormai consolidata di una Unione Europea lontana e ostile. L’Europa dei burocrati, avvertita non come scudo ma come esattore, che impone transizioni ecologiche sacrosante ma finanziariamente insostenibili per chi fatica ad arrivare a fine mese. Questa narrazione dell‘Europa matrigna, che penalizza invece di proteggere, è il terreno fertile su cui le istanze sovraniste prosperano.
Se a ciò uniamo la gestione europea dell’immigrazione – un disastro annunciato, fatto di egoismi nazionali e scaricabarile sulle spalle dei Paesi di primo approdo – il quadro si fa esplosivo. Il generale ha intercettato un senso di insicurezza reale, spesso deriso dai palazzi della politica benestante, trasformandolo in consenso. Quando le periferie vivono sulla propria pelle le contraddizioni di un’accoglienza mal gestita, la retorica dei confini blindati non appare come un rigurgito xenofobo, ma come un’ancora di salvezza per chi si sente abbandonato dallo Stato.
L’ombra lunga di un passato mai risolto
Infine, c’è un elemento che non possiamo ignorare, per quanto scomodo. L’Italia è una Repubblica nata dalla Resistenza, ma che non ha mai fatto fino in fondo i conti con le proprie scorie autoritarie. Sotto la cenere della democrazia repubblicana, braci di un pensiero radicale di destra, talvolta nostalgico, non si sono mai del tutto spente.
Vannacci non incarna necessariamente il ritorno al Ventennio – sarebbe un’analisi semplicistica – ma rappresenta la legittimazione contemporanea di un istinto d’ordine e disciplina. Sdogana concetti che per anni sono stati tabù, normalizzando una visione della società gerarchica e identitaria. È l’alfiere di un conservatorismo muscolare che, nel caos della crisi economica e dell’incertezza globale, rassicura.
La cronaca di un trionfo possibile
Sottovalutare questo, amalgama la stagnazione economica, l’euroscetticismo, la paura dell’altro e istinti reazionari. E’ il viatico più sicuro per consegnare le chiavi del Paese a chi, questa rabbia, sa cavalcarla. Vannacci non è un marziano atterrato per caso; è il prodotto politico più raffinato e crudo delle nostre omissioni.
Finché la politica non tornerà a occuparsi dei working poors, delle disuguaglianze e di una reale rinegoziazione del patto sociale, il richiamo di figure come la sua continuerà a crescere. E il rischio di vederlo a Palazzo Chigi, o in posizioni di governo cruciali, smetterà di essere un timore accademico per trasformarsi in mera aritmetica elettorale.








