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Maialetti e cinismo social: la vita e la morte dell’animale in un macabro modo di fare content

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Foto di PaulAndersonUK da Pixabay

E’ un confine sottile, un crinale delicatissimo che separa l’ironia dalla barbarie. E i social network, formidabili e spietati amplificatori delle umane miserie, sembrano essersi assunti il compito di spazzarlo via, un video alla volta. L’ultima, inquietante deriva che infesta i nostri schermi ha come protagonisti dei maialetti da latte e una dose intollerabile di cinismo.

La sceneggiatura, è tragicamente banale nella sua crudeltà. Da una parte vediamo allevatori che coccolano i maialini, li nutrono, ci giocano a favore di telecamera, strappando sorrisi ed empatia. Poi, con un montaggio fulmineo degno del peggior cinismo televisivo, il salto logico e temporale: l’animale non c’è più, sostituito dalla sua carcassa che gira, arrostita, su uno spiedo. Il tutto condito da musichette allegre e battute grottesche che vorrebbero strappare una risata. Ma di divertente, in questa commedia della morte, non c’è assolutamente nulla. Condivido in pieno l’indignazione del web perchè è un teatrino sadico e meschino, una spettacolarizzazione che svilisce la dignità dell’animale, ma che soprattutto svuota di umanità chi se ne fa autore.

La banalità del macabro a portata di clic

Non stiamo discutendo del ciclo della natura o della filiera alimentare, fatti concreti e crudi con cui l’umanità convive da millenni. Stiamo assistendo alla mercificazione del rispetto. L’animale viene prima vezzeggiato per catturare l’attenzione del pubblico – assecondando la morbosa ossessione contemporanea per l’engagemente poi brutalmente ridotto a un mero espediente comico per generare shock e indignazione.

Questa è la banalità del macabro dei nostri tempi. Si sacrifica il valore intrinseco della vita sull’altare di una manciata di like. È un atteggiamento che fa leva sui nostri istinti più bassi, normalizzando un sadismo strisciante che ci rende tutti più freddi, assuefatti al dolore altrui. Trasformare la fine di un essere vivente in una gag da consumare in quindici secondi non è black humor, è il sintomo lampante di un analfabetismo emotivo dilagante.

Regolamentare il vuoto etico

Queste derive andrebbero bandite, non è libertà di espressione ma becero sadismo. I colossi del web impongono policy rigidissime su questioni puramente formali, ma sembrano voltarsi comodamente dall’altra parte quando la crudeltà si traveste da goffa ironia rurale. Pronunciare la parola censura fa sempre tremare i polsi a chi, come me, vive di parole e libertà di stampa. Tuttavia, qui non si tratta di silenziare il racconto di una professione dura e antica come quella dell’allevatore. Si tratta, molto più laicamente, di porre un freno all’apologia della crudeltà gratuita, o nel caso dei content e delle views, sicuramente retribuita!

Dobbiamo pretendere che l’etica, il buon senso e il rispetto non si fermino davanti al pulsante pubblica. Perché se ci educhiamo a sghignazzare di fronte alla vita che si spegne per puro intrattenimento digitale, il passo verso l’indifferenza totale è più breve di quanto pensiamo.

L’algoritmo non si limita a riflettere la nostra società, ma la modella, assuefacendo il nostro palato emotivo a dosi sempre più massicce di insensibilità. Ci anestetizza. Come teorizzava Hannah Arendt parlando della banalità del male, oggi stiamo assistendo alla banalità del virale laddove l’orrore perde i suoi contorni tragici per diventare un semplice dato statistico, un picco nel grafico delle interazioni. La colpa di chi crea il contenuto è morale e profonda, ma la responsabilità della piattaforma è strutturale e devastante.