Presto o tardi si impara a riconoscere il valore inestimabile, e drammaticamente fragile, dello Stato di diritto. Guardando alle metamorfosi della nostra politica attuale, avverto il bisogno di scrivere di un mio profondo e ragionato turbamento. L’eventuale ingresso trionfale di figure di estrazione militare o paramilitare nei gangli del potere esecutivo e legislativo rappresenterebbe, a mio avviso, una deriva autoritaria che l’intelletto civile dovrebbe rifiutare categoricamente.
Il fenomeno a cui stiamo assistendo in Italia non è un’innocua anomalia elettorale o un bizzarro trend passeggero. La traiettoria politica incarnata da figure come il generale Roberto Vannacci, e la progressiva strutturazione di reti politiche ed elettorali che si stanno coagulando attorno al suo nome è il sintomo manifesto di un corpo democratico esausto. Una democrazia spaventata dalla complessità che, indebolita nelle sue istituzioni intermedie, cede alla seduzione tossica della scorciatoia militare.
La caserma non è il Parlamento: due mondi inconciliabili
Il nocciolo della questione prescinde dai singoli nomi scritti sulle schede elettorali; risiede, invece, nell’incompatibilità ontologica dei modelli culturali. L’estrazione militare porta con sé un bagaglio semantico, operativo e ideologico che si pone strutturalmente come l’antitesi dello spazio pubblico civile. La militarizzazione della politica inizia prima di tutto nelle parole e nei metodi.
La democrazia non si fonda sull'allineamento dei ranghi, ma sulla sacralità del dissenso. Chi confonde l'efficacia del comando con la salute di una Repubblica sta barattando la libertà con l'illusione della disciplina.
La grammatica del comando e la logica amico-nemico
Un militare viene addestrato, per rigorosa necessità difensiva, alla logica binaria dell’amico-nemico. La sua operatività si fonda sulla verticalità assoluta della catena di comando, sull’ordine impartito dall’alto e sull’obbedienza cieca del sottoposto. In questo schema mentale e operativo, l’obiettivo primario è uno solo, la neutralizzazione dell’ostacolo. Non è prevista la mediazione, né la decostruzione critica del fine impresso dal comando.
La democrazia, al contrario, respira e sopravvive solo nel perimetro del compromesso alto, del dubbio metodico e della tutela attiva delle minoranze. Nello spazio pubblico, il cittadino non è un soldato da inquadrare o da silenziare all’interno di un plotone. Chi esprime un’opinione contraria non è un nemico da abbattere o un insorto da punire, ma un interlocutore da persuadere attraverso la dialettica istituzionale.
Quando un ex militare si candida capitalizzando il proprio status, introducendo nel dibattito pubblico l’estetica, la retorica e i modi della caserma, sta proponendo all’elettorato un patto d’aula profondamente ingannevole, barattare la faticosa complessità del dialogo civile con la rassicurante, ma brutale, semplicità dell’ordine militare e della democrazia intesa come mera acclamazione di un capo.
L’ombra lunga del Sudamerica nel Ventunesimo Secolo
È essenziale operare i giusti distinguo storici per evitare semplificazioni macroscopiche. L’Italia contemporanea non è il Cile degli anni ’70, né l’Argentina devastata dalla giunta militare di Videla. Le istituzioni tengono e il contesto geopolitico europeo è differente. Tuttavia, sebbene le forme esterne appaiano radicalmente mutate — oggi non assistiamo ai carri armati nelle piazze, ma alla proliferazione di comitati elettorali, algoritmi social e dirette streaming — la radice psicologica e ideologica del consenso è identica.
La fascinazione collettiva per l’uomo forte, per il generale che decide di scendere in campo per ripulire una società percepita come caotica, degradata e corrotta, attinge direttamente da quel torbido bacino ideologico. È il mito sudamericano del caudillo in uniforme, traslato e aggiornato alle dinamiche digitali dell’Europa del Ventunesimo secolo. Questa specifica narrazione populista trasforma i diritti civili in inutili orpelli burocratici, il dissenso in insubordinazione e la sacrosanta diversità umana in un’anomalia da correggere, reprimere o confinare ai margini del discorso pubblico.
Il caso Vannacci e il consenso territoriale: da Roma alla provincia
L’errore più grave che l’analisi politica potrebbe commettere è considerare il fenomeno Vannacci come un evento isolato, un unicum mediatico legato esclusivamente alle vendite di un libro divisivo. La realtà descrive un processo di radicamento strutturato. La nomina di delegato nazionale a figure chiave sul territorio, come Roberto Zedda a Oristano, dimostra come la retorica della mimetica stia cercando di darsi una veste organizzativa permanente.
Questo tentativo di penetrazione nelle amministrazioni locali e regionali mira a normalizzare il linguaggio marziale, trasferendolo dalle dispute televisive alla gestione quotidiana della cosa pubblica. La capillarità territoriale serve a trasformare l’istinto reazionario in una macchina da voti strutturata, capace di condizionare le agende politiche locali e di spostare l’asse del dibattito verso una visione securitaria e gerarchica dello Stato.
La politica deve restare ostinatamente civile
Un’amministrazione dello Stato, sia essa centrale o periferica, che subisca una trazione o un’influenza ideologico-militare deve suscitare una ferma repulsione civica. Questa reazione non è un pregiudizio ad personam, ma pura e semplice autodifesa. Accettare questa deriva significa ammettere implicitamente il fallimento della politica civile; significa abdicare all’idea che i cittadini abbiano bisogno di essere disciplinati e addestrati piuttosto che governati e ascoltati.
Il grado di civiltà di una Repubblica si misura esclusivamente dalla sua capacità di gestire e risolvere i conflitti interni attraverso gli strumenti democratici: il diritto, la cultura, il giornalismo d’inchiesta indipendente e lo sviluppo del welfare state. Non possiamo e non dobbiamo affidarci a chi ha edificato la propria identità professionale sulla gestione e sull’applicazione della forza.
Di fronte al progetto di militarizzare il linguaggio e la gestione del bene comune, chiunque riconosca il valore del sangue versato per liberare questo Paese dal giogo dei totalitarismi ha il dovere morale di opporsi. Lo Stato di diritto si difende rifiutando la retorica dell’ordine marziale. La politica deve rivendicare la propria natura, deve restare civile, ostinatamente e orgogliosamente civile.








