Home Attualità Rinnovabili in Sardegna: nuova transizione o ritorno alle cattedrali nel deserto?

Rinnovabili in Sardegna: nuova transizione o ritorno alle cattedrali nel deserto?

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Foto di Markus Distelrath da Pixabay

C’è un vento antico che spazza le alture della Sardegna, un vento che oggi porta con sé i sussurri di una storia che sembra maledettamente ripetersi. Guardando le imponenti pale eoliche che iniziano a stagliarsi contro i cieli dell’isola e le distese sterminate di specchi fotovoltaici che coprono ettari di terra nuda, è impossibile non avvertire un brivido freddo lungo la schiena. Ci dicono che è il futuro, ci dicono che è il tanto agognato progresso verde. Eppure, per chi come noi ama leggere nelle vene profonde della storia politica ed economica di questa terra, l’odore che si respira somiglia in modo inquietante a quello di un passato che credevamo sepolto.

Quando parliamo di cattedrali nel deserto, la mente corre subito agli anni Sessanta e Settanta, a quel Piano di Rinascita, a quel miraggio industriale che doveva salvare la Sardegna dall’arretratezza e che invece ha lasciato in eredità scheletri d’acciaio, disoccupazione, cassa integrazione e veleni. Ottana, Porto Torres, Sarroch: poli petrolchimici calati dall’alto, decisi nei salotti buoni di Roma, senza alcuna reale connessione con il tessuto sociale, vocazionale e paesaggistico dell’isola. Era un’industria che non dialogava con il territorio, lo colonizzava. E la fine di quell’illusione la conosciamo tutti.

Oggi, il rischio di assistere a una replica di quel dramma, stavolta vestito a festa con i colori dell’ambientalismo e della sostenibilità, è tragicamente reale. La transizione ecologica è un imperativo categorico del nostro tempo, su questo non vi è dubbio alcuno. Ma il modo in cui la si sta declinando sull’isola palesa un deficit democratico spaventoso.

Il colonialismo energetico mascherato da virtù

Il punto nevralgico della questione, il vero vulnus politico, è il metodo. Quello a cui stiamo assistendo in Sardegna non è uno sviluppo energetico partecipato, ma un vero e proprio assalto alla diligenza. Grandi fondi di investimento e multinazionali, attratti da incentivi colossali e legittimati da direttive nazionali ed europee, individuano le zone più ventose o assolate dell’isola per impiantare mega-parchi energetici. Ancora una volta, il centro decide per la periferia. Ancora una volta, il paesaggio sardo, che non è solo un bel panorama da cartolina ma un patrimonio identitario, storico e culturale millenario, viene trattato come una mera piattaforma logistica.

Un classico, spietato esempio di dinamica estrattiva. L’energia prodotta in Sardegna servirà in gran parte ad alimentare la fame energetica del continente, mentre all’isola resteranno le briciole in termini di reale ricchezza diffusa, oltre a un territorio profondamente sfigurato. Non è una transizione, è un’espropriazione territoriale ammantata di virtù ecologica. Il paesaggio, tutelato dall’articolo 9 della nostra Costituzione come valore assoluto, viene sacrificato sull’altare di un’urgenza climatica gestita, però, con le ciniche logiche del profitto privato.

La necessità di una transizione democratica

Non possiamo permetterci di rifiutare le energie rinnovabili, sarebbe un errore storico, oltre che miope. Ma abbiamo il dovere intellettuale e politico di rifiutare con forza il modello impositivo. La Sardegna non può essere il tappeto verde su cui altri giocano la loro partita miliardaria. Le comunità locali devono avere voce in capitolo, la pianificazione deve essere regionale, capillare, rispettosa delle vocazioni agricole, pastorali e turistiche del territorio. L’energia diffusa, le comunità energetiche, il fotovoltaico sui tetti degli infiniti capannoni industriali dismessi: queste sono le risposte che mettono insieme ecologia e vera democrazia.

Se non si cambia rotta immediatamente, tra cinquant’anni ci ritroveremo a guardare enormi pale arrugginite e pannelli crepati nelle campagne del Campidano o sui crinali della Barbagia, chiedendoci come abbiamo potuto permettere che le nuove cattedrali nel deserto venissero innalzate sotto i nostri occhi, in nome di un sole e di un vento che appartenevano a tutti, ma i cui profitti sono finiti nelle tasche di pochissimi.