Il sole di Roma, implacabile e sfrontato, ha fatto da cornice all’ennesimo, stucchevole spettacolo di redenzione a buon mercato che la nostra Repubblica sembra condannata a replicare. Gianni Alemanno ieri si è lasciato alle spalle i cancelli del carcere di Rebibbia, accolto non dal silenzio di chi dovrebbe riflettere sul proprio percorso, ma da cori, abbracci e croci celtiche. “Esco innocente“, ha declamato ai quattro venti. Un’affermazione che cozza fragorosamente con la realtà dei fatti e delle sentenze, ma che funge da perfetto preludio al vero colpo di scena, il suo immediato arruolamento alla corte di Roberto Vannacci e del suo neonato movimento, Futuro Nazionale.
Il ritorno in scena e l’ombra di Rebibbia
Gianni Alemanno non è finito in prigione per un tragico errore giudiziario o per un capriccio del destino. È stato incarcerato il 31 dicembre 2024 perché il Tribunale di Sorveglianza ha dovuto revocare d’urgenza l’affidamento in prova ai servizi sociali, concessogli dopo la condanna definitiva per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta nota come Mondo di Mezzo.
La revoca non è arrivata per caso. È arrivata perché l’ex sindaco, con un candore che sconfina nell’arroganza istituzionale, ha violato ripetutamente le prescrizioni imposte, falsificando documenti pur di partecipare agli impegni politici del suo movimento, Indipendenza. Ha dimostrato, secondo i giudici, di essere del tutto sprezzante rispetto all’esecuzione della condanna in misura alternativa. Eppure, oggi, la narrazione che si tenta di imporre è quella del martire che torna in libertà.
Il cinismo tattico di Roberto Vannacci
È qui che il paradosso si fa sistema. Roberto Vannacci, il generale che ha svestito l’uniforme per indossare i panni del tribuno della plebe, ha consumato in fretta la rottura con la Lega per fondare Futuro Nazionale. E chi sceglie come padre nobile, come alleato strategico per la sua avventura? Un uomo appena uscito dal carcere.
“Ha pagato il suo debito con la giustizia e quindi ritornerà a lavorare insieme a noi per un’Italia migliore“, ha chiosato Vannacci durante una cena sarda organizzata per suggellare il patto politico. Vannacci sa che Alemanno porta in dote una rete di relazioni, un’infrastruttura militante nel cuore di Roma e un bagaglio di voti dell’estrema destra che a Futuro Nazionale fanno gola per le sfide amministrative del 2027. Ma la politica, se vuole essere nobile e non mero mercimonio di consensi, non può nutrirsi solo di opportunismo.
La sottile linea rossa dell’etica pubblica
Stiamo assistendo al crollo del confine tra la dimensione penale e quella dell'opportunità politica. Scontare una pena significa chiudere i conti con il codice penale, certo. Ma la riabilitazione giudiziaria non coincide, e non deve mai coincidere, con la riabilitazione morale e istituzionale automatica.
L’accesso ai pubblici uffici e la guida delle istituzioni richiedono un requisito che non si ottiene con il fine pena, la credibilità. Max Weber ci ha insegnato che chi vive per la politica deve rispondere all’etica della responsabilità. Come può, un cittadino, affidare il proprio futuro a chi ha utilizzato la macchina pubblica per oliare ingranaggi opachi e ha poi irriso persino le misure riabilitative concesse dallo Stato? La risposta dovrebbe essere ovvia, ma in Italia la memoria politica ha l’aspettativa di vita di una farfalla.
Vannacci promette di costruire la futura classe dirigente del Paese, ma pesca a piene mani dal passato più compromesso. Invece di chiedere scusa e ritirarsi a vita privata, come farebbe qualsiasi esponente politico in una democrazia matura, Alemanno si rimette in fila per gestire la cosa pubblica. Questo non è garantismo, è amnesia di Stato. E finché continueremo a confondere l’assoluzione delle proprie colpe penali con il diritto acquisito di tornare a comandare, il nostro futuro nazionale rischierà sempre di somigliare, pericolosamente, a un passato da dimenticare.








