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Lo squillo negli anni 90: “ti penso, ma io ti penso di più!”

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Foto di StockSnap da Pixabay

Nel vasto panorama delle tendenze e dei fenomeni sociali degli anni 90, lo squillo ricopre sempre un posto nel nostro cuore.

Tutto nasceva probabilmente dal fatto che molto spesso il credito della SIM arrivasse ben presto a rasentare lo zero. Tutto si pagava e subito, i messaggi e le chiamate erano a pagamento secondo il proprio piano tariffario.

Ci sobbarcavamo anche il costo di ricarica, poi venuto meno grazie al Decreto Bersani. Insomma tra una cosa e l’altra polverizzavi il tuo credito alla velocità della luce! Lo squillo invece era gratis! Potevamo vedere da quale numero proveniva e rispondere con un altro squillo. L’espressione fammi uno squillo, credo sia in qualche modo figlia di quei tempi!

Non c’erano le promozioni eterne, lo smartphone era solo un prototipo costruito oltre oceano e destinato ad una clientela business, non ai comuni mortali!

Aspettavamo con ansia il tempo della Summer Card e poi della Christmas Card della Omnitel, per comunicare senza limiti, sempre, ovunque e comunque. 

Una voglia di connessione oggi ampiamente soddisfatta e che probabilmente crea in alcuni casi più ansia che piacere. Ansia perché siamo costantemente interconnessi e bombardati di contenuti! Forse si stava meglio quando avevamo di meno, o forse no, ma una cosa è certa, allo squillo tutti leghiamo ricordi indelebili. 

Lo squillo negli anni 90 è stato un fenomeno iconico dell’era del cellulare

I telefoni cellulari erano ormai alla portata di tutti, il mio primo telefono lo ebbi a 14 anni in condivisione con la mia allora fidanzatina, era un Mitsubishi da 15 kg… grammo più, grammo meno! L’anno dopo riuscimmo ad averne un altro e anche per noi iniziò l’era degli squilli, che quando eravamo senza credito erano la manna dal cielo

I ragazzini di oggi vanno in giro con gli iPhone da mille euro e hanno il mondo in tasca, noi ci accontentavamo di farci gli squilli! Perché lo squillo andava ben oltre il semplice atto di chiamare qualcuno, era come dire: Lo sai che ti penso? Come stai va tutto bene? Oppure un semplice modo per ricordare a qualcuno: Io ci sono! Era un gesto così comune che si è trasformato in una sorta di espressione culturale

Quando facevamo lo squillo: un tipo di comunicazione codificata

Lo squillo non era un gesto casuale; se conoscevi il tuo interlocutore era una sorta di comunicazione codificata. Quando facevamo lo squillo, stavamo inviando un segnale a qualcuno, un segnale che diceva più di mille parole. Era un modo di comunicare tutto nostro senza dover parlare, un linguaggio segreto tra amici, partner o persino sconosciuti.

Il rituale della connessione prima della connessione

Fare uno squillo negli anni 90, non era solo una chiamata mancata. Era un rituale, un modo di stabilire una connessione prima ancora di rispondere alla chiamata. Era un segnale di riconoscimento, un modo di far sapere all’altro che eravamo lì, pronti a rispondere e a entrare in comunicazione. Era un qualcosa a metà strada tra messaggio e chiamata. 

Ci si faceva squilli all’infinito, in una sorta di (prendendo spunto dal celebre spot dell’avviso di chiamata SIP)… 

Mi ami, ma quanto mi ami?
E mi pensi, ma quanto mi pensi? 

E così via ogni giorno, fino all’invasione degli smartphone.

Nostalgia canaglia

Oggi, mentre la tecnologia ha reso obsoleti diversi usi e costumi degli anni ’90, lo squillo rimane un ricordo affettuoso di un’epoca passata

Un’epoca in cui la comunicazione era diversa, più tangibile e in qualche modo più umana

Fare uno squillo era un gesto spontaneo, una forma di connessione che va al di là della fredda efficienza delle moderne app.

Abbiamo vissuto un momento unico di leggerezza e semplicità, unico nella storia della tecnologia e della comunicazione.