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The Social Dilemma: come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere in Matrix?

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The Social Dilemma è il docudrama più dibattuto dell’ultimo mese e che probabilmente mira a farci destare da una sorta di torpore, un torpore che ci vede come facili prede di programmatori e inserzionisti.

Il documentario racconta il modo in cui il modello di business dei social network come: Facebook, Google, Twitter, Instagram, e cosi via, si sia rivelato una minaccia per gli esseri umani e per la democrazia così come l’abbiamo conosciuta.

Il suo obiettivo è ambizioso ovvero mostrare cosa sta accadendo alle nostre società a causa del modello di business basato sugli algoritmi grazie anche alla nostra passiva accondiscendenza o forse inconsapevolezza.

The Social Dilemma: una narrazione che coinvolge tutti

Probabilmente il regista Jeff Orlowski mira a portare una nuova visione avvincente di un argomento che coinvolge  in primis le famiglie, i social media che monopolizzano l’attenzione degli users.

Orlowski ha riunito i cervelloni della Silicon Valley, un manipolo di ingegneri e dirigenti che hanno contribuito in maniera determinante alla creazione di questo modello, quelli che hanno dato vita a macchine che creano dipendenza e capitale, ma che ora rifuggono da queste, come da una sorta di Frankenstein.

Il senso di colpa e la narrazione su due binari

Parlano apertamente del senso di colpa per i danni che hanno inavvertitamente causato alla società e spiegano il nefasto funzionamento degli algoritmi.

Il docufilm intreccia la narrazione della voce principale Tristan Harris che ha lavorato come designer etico per Google insieme a quella di altri ex programmatori di società come Facebook, Pinterest e Instagram.  Le  perplessità degli esperti si mescolano sapientemente con una parte di fiction che vede come protagonista un prototipo di famiglia americana i cui figli sono manipolati e plasmati dagli effetti perversi della dipendenza da social media.

I social possano infliggere danni tangibili agli adolescenti

È in questo modo che Orlowski cerca di persuadere gli spettatori anche non esperti di tecnologia del fatto che i social possano infliggere danni tangibili ai loro adolescenti, la cosiddetta generazione Z nata e cresciuta nell’era dei social media.

La continua ricerca di approvazione sociale sulle piattaforme che creano dipendenza unite al  fenomeno del cyberbullismo hanno dato vita a un tasso di suicidi giovanili impressionante in particolare negli USA.

Un’intera generazione di bambini è stata rovinata dalla nuova tecnologia

Lo psicologo sociale Jonathan Haidt nell’intervista per The Social Dilemma sostiene che un’intera generazione di bambini è stata rovinata dalla nuova tecnologia. Questi giovani che non vogliono più correre alcun rischio naturale come imparare a guidare o chiedere a un ragazzo o una ragazza di uscire per un appuntamento.

Lo psicologo sostiene che c’è stato un gigantesco aumento della depressione e dell’ansia negli adolescenti americani che ha preso piede proprio tra il 2011 e il 2013. Le statistiche mostrano un picco allarmante del numero di bambini ricoverati in ospedale dopo essersi tagliati o auto lesionati.

Credit: Netflix

Per quanto riguarda le ragazze tra i 15 ei 19 anni, c’è stato un aumento del 62% dal 2009. Tra i pre-adolescenti di età compresa tra 10 e 14 anni, l’aumento è del 189%.

“È quasi il triplo”, sostiene il Prof. Haidt. È la situazione è ancora peggiore perché stiamo assistendo allo stesso schema con il suicidio. E questo potrebbe essere riconducibile all’effetto dei social media.

Le morti per suicidio negli USA sono aumentate del 70% nelle ragazze adolescenti più anziane rispetto al primo decennio del secolo. Nelle ragazze pre-adolescenti, il suicidio è aumentato del 151%.

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Credit: Netflix

Cosa fa l’algoritmo?

Il protagonista del docufilm è un ragazzo adolescente uno user (termine usato nella lingua inglese sia per quanto riguarda le dipendenze da stupefacenti e guarda caso anche da questo tipo di tecnologia) mostrato come una sorta di topo da laboratorio.

La sfida è dunque cercare di spiegare agli users cosa sta accadendo loro mentre sono continuamente distratti dai picchi di dopamina forniti dalle ricompense delle notifiche e dai contenuti controllati dagli sperimentatori.

L’algoritmo utilizza tecniche di tecnologia persuasiva, prima coinvolge l’utente con contenuti di suo interesse poi lo trattiene davanti allo schermo con altrettanti contenuti da cui è molto difficile staccarsi. E lo scroll continua quasi all’infinito con i contents suggeriti.

Intanto cosa fa il social network? Vende pubblicità, allo stesso tempo ci targetizza uno per uno, crea delle personas, fornendo consigli personalizzati, utilizza i dati per prevedere e per influenzare le nostre azioni, noi cavie dell’algoritmo e allo stesso tempo prede degli inserzionisti.

È un cane che si morde la coda, tutti i fruitori di social media vogliono in qualche modo attirare l’attenzione e per questo dovranno investire dei soldi perché senza le inserzioni a pagamento i contenuti hanno ben poca possibilità di essere largamente fruibili.

Netflix in un certo modo usa le stesse tecniche citate nel docufilm

Anche Netlflix che usa le stesse tecniche citate in the Social Dilemma facendolo diventare non tanto il docufilm che tutti dovremmo guardare ma il docufilm che tutti “siamo costretti a guardare” secondo una interessante riflessione della giornalista Adele Sarno su HuffPost.

Netflix ha proposto un documentario sui social network, un algoritmo lo posiziona in Homepage tra i titoli “top” del momento in Italia, e le menti più brillanti della Silicon Valley hanno utilizzato le migliori tecniche di persuasione per costruire una narrazione perfetta, che tiene incollato il “consumatore” allo schermo dall’inizio alla fine. E oltretutto c’è tutto un battage sui social da cui non si può fuggire. 

Il Dilemma è sicuramente più di uno

Gli ultimi 10 minuti del film ci fanno intravedere uno spiraglio di luce, anche se il documentario in realtà chiude con più di un dilemma. Queste società si comportano come i Governi nel senso che si autoregolamentano.

Le personalità intervistate si chiedono come mai le compagnie telefoniche debbano rispettare le regole della privacy e quelle del digitale no. Ci si chiede infine se sia possibile tassare la raccolta e l’elaborazione dei dati in modo che la ragione fiscale disincentivi le compagnie della Silicon Valley scoraggiandole dall’acquistare i dati di ogni essere del pianeta.

Un’altra domanda, cosa potrebbe accadere se le dittature del mondo decidessero di utilizzare questo tipo di psicologia persuasiva su larga scala plagiando le menti con fake news con il fine di rovesciare le democrazie? E cosa sarebbe successo se Hitler avesse avuto Facebook? 

Il prossimo futuro di un mondo permeato dalle fake news e dai contenuti tagliati su misura potrebbe sfociare in una guerra civile, come sostiene Tim Kendall l’ex business executive di Pinterest.

La pisicologia che sfrutta le debolezze e le vulnerabilità

Da qualunque lato la si veda The Social Dilemma è come una secchiata di acqua gelida sul volto, ci mette innanzi al funzionamento di quel motore che guida il mondo dei social e che utilizza la psicologia applicata per sfruttare le debolezze e le vulnerabilità umane.

La prof. Shoshana Zuboff, lo ha definito capitalismo di sorveglianza, una sorta di deformazione del sistema economico che estrae l’esperienza umana sotto forma di big data con il  fine di commerciare previsioni su cosa faremo, cosa ci piacerebbe acquistare, ascoltare, leggere, credere e fare.

Forse questo tipo di capitalismo non è una mutazione, né una deviazione dalla sua forma più pura ma è solo il capitalismo! Nel senso che la sua naturale tendenza è quella di trovare e sfruttare risorse laddove si può ottenere un profitto.

Dopo aver depredato il mondo naturale, ora si è rivolto all’estrazione e allo sfruttamento di ciò che c’è dentro le nostre teste. E  forse il grande dilemma è il perché continuiamo a permetterglielo, ma come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere in Matrix?

*Fonti che hanno ispirato questo mio post

TheGuardian.com di John Naughton e The-Sun.com di Felix Allen.

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