Il nostro feed nei social è ormai una litania di promesse che profumano di successo facile e libertà finanziaria. Ti spiego come scrivere un libro, come investire in borsa, come vivere di rendita. Basta scorrere il pollice per incappare in una schiera di guru improvvisati, o super uomini apparentemente senza debolezze, pronti a venderci la chiave di una porta che, spesso, non hanno mai aperto nemmeno loro. Un fastidioso fenomeno commerciale? O è solo il sintomo di una mutazione antropologica profonda? Entrambe!
Laddove il lavoro tradizionale si sgretola e le certezze del secolo scorso diventano polvere, l’insegnamento è diventato l’ultima scialuppa di salvataggio. Ma non si tratta di una vocazione pedagogica. È, piuttosto, la democratizzazione selvaggia del narcisismo digitale, dove il maestro non è più colui che ha studiato per una vita, ma colui che possiede la miglior luce ad anello per illuminarsi il volto durante un video.
La trasformazione del sapere in merce di scambio
Il cuore del problema risiede in quella che potremmo definire la finanziarizzazione della competenza. Nella società dell’immagine, non è più necessario essere un esperto, è sufficiente performare l’esperienza. Il sociologo Zygmunt Bauman ci aveva avvertito: nella modernità liquida, l’identità si costruisce attraverso il consumo. Oggi, però, abbiamo fatto un passo ulteriore, l’identità si costruisce attraverso la vendita di sé stessi come modello di successo.
L’inflazione di maestri, coach e mentori nasce da una necessità economica brutale. In un mercato del lavoro che non garantisce più la stabilità, il sapere diventa un infoprodotto, quante volte avete visto dei video che in fondo nascondono un product placement?
Si impacchetta un’esperienza, spesso minima o copiata altrove, e la si rivende a chi, terrorizzato dall’irrilevanza, cerca disperatamente una guida. È un circolo vizioso, il web non produce più beni o servizi, ma produce metodi per produrre beni o servizi. Una scatola cinese che, una volta aperta, rivela spesso il vuoto.
L’eclissi del silenzio e il valore della fatica
Il vero dramma di questa iper-offerta di formazione è la svalutazione del percorso. L’apprendimento è, per sua natura, un esercizio di umiltà, fatto di silenzi, errori e lunghissime ore di studio solitario. Il web, al contrario, esige la velocità. Ci hanno convinto che la competenza possa essere iniettata con un webinar di quaranta minuti o un carosello di dieci slide su Instagram.
Questa inflazione genera una saturazione cognitiva che ci rende paradossalmente più ignoranti. Quando tutti urlano dal proprio pulpito digitale, la voce di chi ha davvero qualcosa da dire — quella voce che solitamente è pacata, dubbiosa, complessa — finisce per essere sommersa. Stiamo perdendo il valore del magistero reale, quello che non si vende in sconto al 50% con un codice promozionale, ma che si tramanda attraverso il tempo e l’attrito con la realtà.
Il vero rischio di questa fiera dell’ovvietà non è tanto il portafoglio svuotato da un corso di dubbia utilità, quanto l’atrofia del nostro senso critico. Se ogni individuo si sente legittimato a farsi istituzione, il concetto stesso di verità scientifica o accademica sbiadisce, diventando una mera opinione tra le tante, meno attraente di un video ben montato. Siamo diventati bulimici di consigli e anoressici di approfondimento.
Questa inflazione di maestri senza discepoli ci sta conducendo verso un deserto culturale dove il rumore sostituisce il pensiero. Forse, il vero atto di ribellione oggi non è acquistare l’ennesima guida per il successo, ma rivendicare il diritto al silenzio e all’incertezza. Laddove il sistema odierno ci vuole tutti pronti a salire in cattedra, la forma più alta di libertà rimane quella di ammettere di non sapere. È in quel vuoto, lontano dalle luci dei ring light, che ricomincia la vera conoscenza. E lì, fortunatamente, non ci sono codici sconto.








