Da una parte, un pacchetto di sigarette su cui campeggia, a caratteri cubitali e con immagini raccapriccianti, la sentenza inappellabile: Il fumo uccide. Dall’altra, una bottiglia di gin dal design accattivante, una confezione di merendine glassate e un sacchetto di patatine fritte. Prodotti che, secondo la letteratura medica internazionale, contribuiscono in maniera decisiva a obesità, malattie cardiovascolari, tumori e patologie epatiche. Eppure, su di essi non c’è traccia di morte. Nessuna immagine di fegati cirrotici o di arterie ostruite. Solo promesse di felicità, convivialità e spensieratezza.
Come siamo arrivati a questa clamorosa asimmetria? Perché la scure della salute pubblica si è abbattuta con ferocia sul tabacco, lasciando campo libero ai signori dell’alcol e del cibo spazzatura?
L’immunità culturale del bicchiere di vino
Per comprendere questa disparità, dobbiamo innanzitutto fare i conti con la nostra antropologia. Il fumo, nonostante il suo fascino cinematografico novecentesco, è sempre stato un vizio solitario o un accessorio. L’alcol, al contrario, è il fondamento della nostra civiltà mediterranea ed europea. È il sangue di Cristo nella liturgia, è il brindisi che sigilla un accordo, è il lubrificante sociale per eccellenza.
Attaccare l’alcol con la stessa violenza visiva riservata al tabacco significa sfidare un pilastro della nostra identità. Quando l’Irlanda, recentemente, ha proposto di inserire avvisi sanitari sulle bottiglie di vino e liquori, l’Europa si è spaccata. I paesi produttori si sono levati in difesa di un prodotto che considerano agricolo e tradizionale, non una mera sostanza tossica. Si è creata una distinzione morale, del tutto priva di fondamento scientifico, tra l’uso consapevole e l’abuso, una scappatoia narrativa che al tabacco non è mai stata concessa, poiché per le sigarette si è stabilito che non esiste una dose sicura.
Il peso delle lobby e la scienza politica applicata
Ma la cultura da sola non basta a spiegare il fenomeno. È qui che entra in gioco la cruda realtà del potere lobbistico. L’industria del tabacco, dopo decenni di battaglie legali devastanti e fughe di notizie compromettenti, ha perso la sua aura di invincibilità. I governi hanno trovato un nemico facile da colpire, un bersaglio su cui convergere per dimostrare di avere a cuore la salute dei cittadini.
Al contrario, i colossi del junk food e delle bevande alcoliche hanno imparato dagli errori di Big Tobacco. Hanno giocato d’anticipo, infiltrandosi nei tavoli decisionali. Pensiamo alla Politica Agricola Comune dell’Unione Europea, che sussidia pesantemente la produzione vitivinicola. O pensiamo al dibattito sul Nutri-Score, l’etichetta a semaforo che tenta di classificare la salubrità dei cibi, le pressioni delle corporazioni agroalimentari per annacquarne l’efficacia sono state immense.
L’industria alimentare ha imposto con successo la narrazione della responsabilità individuale. Il messaggio sotteso è chiaro, noi ti vendiamo una bevanda zuccherata o un panino ipercalorico, ma se ingrassi è colpa tua che non fai abbastanza sport. È un capolavoro della comunicazione, che sposta l’onere della colpa dal produttore che ingegnerizza cibi per creare dipendenza al consumatore finale.
Verso un’uguaglianza della consapevolezza
Le cose, tuttavia, stanno lentamente cambiando. La spesa sanitaria per curare le malattie derivanti da cattiva alimentazione e alcolismo sta raggiungendo livelli insostenibili per le democrazie occidentali. Il muro dell’ipocrisia istituzionale inizia a mostrare le prime crepe.
Non si tratta di invocare uno Stato etico che ci proibisca il piacere di una fetta di torta o di un calice di rosso, ma di pretendere onestà intellettuale. Se il principio è che il cittadino deve essere informato sui rischi mortali di ciò che consuma, allora questo principio deve valere per tutti. L’asimmetria attuale non è figlia della scienza, ma del capitale e del compromesso politico. E riconoscerlo è il primo passo per smettere di essere consumatori ciechi e tornare a essere cittadini pensanti.








