Home Costume e Società Il mondo senza Facebook: e se MySpace fosse sopravvissuto?

Il mondo senza Facebook: e se MySpace fosse sopravvissuto?

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Chiudete gli occhi per un momento. Immaginate di accendere il vostro computer, oggi, e di non trovare ad attendervi quel rassicurante, eppure asettico, muro blu fatto di notizie filtrate, opinioni polarizzate e pubblicità chirurgiche. Immaginate, invece, di essere investiti da una canzone indie rock che parte in automatico, su uno sfondo nero tempestato di glitter digitali, mentre cercate di decifrare un codice HTML sgangherato per aggiornare la vostra pagina. Se Mark Zuckerberg non avesse mai scritto quella fatidica riga di codice ad Harvard, e se MySpace non fosse imploso sotto il peso della sua stessa anarchia, in che mondo vivremmo oggi?

Vi dico che questa non è solo una domanda per nostalgici del web che fu. È un esperimento mentale che ci costringe a guardare in faccia la natura stessa della società contemporanea.

L’estetica del caos contro la tirannia dell’ordine

Per capire la portata di questo scenario, dobbiamo ricordare cosa rappresentavano queste due piattaforme. MySpace era il Far West digitale. Ti costringeva a imparare le basi della programmazione per personalizzare il tuo spazio. Era rumoroso, caotico, profondamente imperfetto e meravigliosamente espressivo. Facebook, al contrario, ha trionfato imponendo l’ordine. Ha ingabbiato la creatività in un layout rigido, identico per tutti, trasformando l’espressione di sé in un modulo da compilare.

Se MySpace avesse vinto la guerra dei social, avremmo mantenuto un approccio più artigianale e meno passivo alla nostra presenza online. Facebook ci ha trasformati in consumatori seriali di contenuti altrui tramite il meccanismo dello scroll infinito. MySpace, con la sua natura frammentata e focalizzata sulla musica e sulle sottoculture, avrebbe probabilmente rallentato la trasformazione di internet in un gigantesco centro commerciale dell’attenzione.

La democrazia nell’epoca dei profili glitterati

Facebook ha fondato il suo impero su due pilastri: l’obbligo del nome reale e un algoritmo progettato per massimizzare il coinvolgimento emotivo, spesso attraverso l’indignazione. Questo mix ha creato le perfette camere d’eco in cui le nostre democrazie stanno attualmente soffocando.

Senza Facebook, il concetto stesso di fake news virali su scala globale avrebbe avuto un percorso molto diverso. MySpace non aveva un feed centrale gestito da un’intelligenza artificiale opaca che decideva cosa farti vedere. Si navigava da un profilo all’altro, per scelta conscia, non per inerzia algoritmica. Scandali epocali come Cambridge Analytica si basavano sulla profilazione psicologica di massa, resa possibile dalla pignoleria con cui Facebook catalogava i nostri veri nomi, i nostri parenti, i nostri gusti e le nostre paure. Su MySpace, dove metà degli utenti si faceva chiamare DarkAngel88 o simili, estrarre dati politici affidabili sarebbe stato come cercare di mappare l’oceano con un cucchiaino.

L’algoritmo che non c’era e la salvezza accidentale della privacy

C’è poi una questione profonda legata alla sorveglianza capitalistica. Facebook ha convinto l’intera popolazione mondiale a schedarsi volontariamente. Ha istituzionalizzato le relazioni umane, quantificandole attraverso i like e le amicizie certificate.

Se fossimo rimasti su MySpace, l’anonimato e lo pseudonimo avrebbero continuato a proteggerci, forse in modo accidentale, ma efficace. La politica non si sarebbe potuta trasferire in blocco sui social media in maniera così pervasiva. I leader politici avrebbero dovuto continuare a cercare il consenso nelle piazze, fisiche o televisive, piuttosto che manipolare micro-target di elettori impauriti attraverso post sponsorizzati invisibili agli avversari. MySpace era troppo frivolo, troppo disordinato e troppo focalizzato sull’intrattenimento per diventare il parlamento ombra del mondo.

L’illusione dell’identità reale

Abbiamo barattato la nostra libertà creativa e il nostro anonimato in cambio della comodità e dell’illusione di una connessione perenne. Ci è stato detto che usare il nostro vero nome avrebbe portato civiltà nel dibattito online, eppure non siamo mai stati così divisi e rabbiosi.

Il caos di MySpace, con la sua spietata Top 8 degli amici che generava piccoli drammi adolescenziali, sembra oggi di un’innocenza quasi commovente se paragonato alle armi di distrazione e divisione di massa in cui viviamo immersi.

Un presente alternativo

Alla fine, se MySpace non fosse caduto, oggi avremmo probabilmente una rete più frammentata, meno efficiente dal punto di vista pubblicitario, ma infinitamente più sana per la nostra tenuta democratica. Saremmo forse un po’ più soli, meno spiati, ma costretti a cercare l’informazione vera fuori dalle bacheche dei nostri coetanei.

La verità, cruda e malinconica, è che Facebook non ha vinto perché era un prodotto migliore. Ha vinto perché ha compreso prima di tutti che l’essere umano, pur bramando la libertà di espressione, finisce sempre per preferire la comodità dell’omologazione. Abbiamo spento la musica a tutto volume e ripulito lo schermo dai brillantini, per rinchiuderci in una stanza silenziosa, dalle pareti blu, dove qualcuno – o qualcosa – sceglie ogni giorno per noi cosa dobbiamo pensare.