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Perché dopo il COVID siamo diventati più cattivi online?

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Ammettiamolo. Se prima della pandemia i social media erano una sorta di aperitivo con qualche discussione accesa, oggi assomigliano più a un’arena di gladiatori digitali. Da quando abbiamo riposto (più o meno) le mascherine nel cassetto, un’ondata di acredine, rabbia e pura cattiveria sembra aver sommerso le nostre bacheche. Commenti che sono sentenze, opinioni che diventano insulti, e ogni discussione si trasforma in una rissa da bar!

Ma cosa diavolo è successo? Perché l’era del “distanti ma uniti” ci ha lasciati più divisi e arrabbiati di prima? Non è una tua impressione: è un fenomeno reale, con radici profonde nel trauma collettivo che abbiamo vissuto.

La sbornia psicologica del lockdown

Il COVID-19 non è stato solo un’emergenza sanitaria, ma un detonatore psicologico di massa. Per mesi, le nostre vite sono state messe in pausa, dominate da un cocktail micidiale di ansia, incertezza e impotenza e una costante percezione di ingiustizia. Come sottolineato da diverse analisi psicologiche, tra cui quelle emerse in articoli di settore pubblicati su State of Mind e MondoSole, questo stato di stress cronico non svanisce con la fine delle restrizioni. Resta dentro, come una tossina.

E dove si sfoga questa tossina? Esatto, online.

Il dopo COVID: l’effetto pentola a pressione

L’isolamento forzato ha represso frustrazioni e paure. I social sono diventati la valvola di sfogo perfetta: un luogo dove riversare il malessere accumulato senza affrontare le conseguenze dirette di un confronto faccia a faccia. La rabbia che non potevamo esprimere contro un virus invisibile ha trovato un bersaglio facile: l’utente con un’opinione diversa dalla nostra.

La perdita delle sfumature

Chi, cosa siamo diventati dopo aver passato mesi a interagire attraverso uno schermo? Meno pazienti, meno empatici. La comunicazione digitale, priva del linguaggio non verbale, appiattisce il dialogo. Non vediamo l’espressione ferita di chi legge il nostro commento al vetriolo. Questa condizione, nota come “effetto di disinibizione online“, ci fa sentire protetti da un’armatura di anonimato (o quasi), rendendoci più audaci e, troppo spesso, più crudeli.

L’algoritmo della discordia: se sei arrabbiato, sei un buon “cliente”

Non è solo colpa nostra. Le piattaforme social sono progettate per una cosa: tenerci incollati allo schermo. E cosa cattura la nostra attenzione più di ogni altra cosa? Le emozioni forti. In particolare, la rabbia.

Uno studio pubblicato su Nature e coordinato dal ricercatore della Sapienza Walter Quattrociocchi ha rivelato una verità scomoda: le conversazioni tossiche e polarizzate generano un’engagement altissimo. La rabbia porta più like, più condivisioni, più commenti. L’indignazione è una droga per l’algoritmo. In pratica, i social ci premiano quando siamo arrabbiati, spingendoci a esserlo sempre di più per ricevere quella gratificazione istantanea.

Report come la “Mappa dell’Intolleranza” curata da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti (Fonte: Amnesty International, VoxDiritti) mostrano un’inquietante radicalizzazione dell’odio online in Italia. Bersagli specifici (donne, migranti, comunità LGBTQ+) vengono sistematicamente attaccati, spesso con picchi di odio correlati a eventi di cronaca, il che dimostra come la frustrazione sociale venga incanalata verso capri espiatori.

L’analfabetismo emotivo è il vero virus

Forse, la vera pandemia che ci ha lasciato il COVID è un diffuso analfabetismo emotivo. Incapaci di riconoscere, gestire e nominare le nostre emozioni complesse (paura, tristezza, delusione), le abbiamo ridotte alla loro espressione più primitiva, facile e immediata: la rabbia.

Sui social non diciamo “ho paura per il futuro”, ma attacchiamo chi ha una visione politica diversa. Non scriviamo “Mi sento solo”, ma insultiamo l’influencer che mostra una vita (apparentemente) perfetta. È un meccanismo di difesa che ci sta rendendo una società di individui perennemente in guerra con il prossimo.

E quindi siamo condannati all’odio eterno?

Non necessariamente. Riconoscere che la nostra bacheca non è un ring e che dietro ogni profilo c’è una persona reale è fondamentale. Prenderci una pausa, disintossicarci dal flusso costante di indignazione e, soprattutto, riscoprire il valore del dialogo civile (sì, anche quando siamo in disaccordo) è l’unica cura.

Forse, la vera sfida del post-pandemia non è economica o sanitaria, ma sociale: reimparare a essere umani, anche quando siamo online.