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Trump contro tutti: e noi? Incassiamo come al solito

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Official 2025 inaugural portrait of Donald Trump by Daniel Torok. Wiki Public Domain

Il prezzo dell’obbedienza, l’Italia è nel tritacarne dei giganti. Non è solo una questione di etichetta diplomatica, né un semplice scontro tra caratteri esuberanti. Quello che si sta consumando sull’asse Washington-Roma-Vaticano è il dramma di una nazione che fatica a trovare un baricentro. Quando Donald Trump punta il dito contro Papa Leone XIV, e subito dopo redarguisce Giorgia Meloni come una scolaretta indisciplinata, mette a nudo il nervo scoperto della nostra sovranità politica nazionale. Il tycoon non sta solo discutendo di strategia militare; sta marcando il territorio, ricordando all’alleato mediterraneo che, nel gioco grande della forza, chi non possiede il bottone nucleare deve imparare, prima di tutto, il silenzio o la compiacenza.

Il paradosso di Palazzo Chigi: difendere il Papa per sentirsi Stato

La reazione della premier Meloni, che ha definito inaccettabili le parole di Trump, appare come un sussulto di orgoglio necessario ma, sotto la lente critica, quasi disperato. In un Paese dove il confine tra Stato e Chiesa è storicamente poroso, la difesa del Pontefice diventa l’ultimo rifugio per conservare ed esercitare un briciolo di sovranità politica nazionale. Tuttavia, la risposta piccata del presidente americano — che agita lo spettro dell’annientamento atomico per mano iraniana — trasforma immediatamente il nostro governo da attore politico a spettatore terrorizzato. È l’eterno ritorno di una sudditanza psicologica prima che militare, l’idea che l’Italia non possa permettersi una posizione morale autonoma se questa contrasta con i calcoli del protettore d’oltreoceano.

L’ironia di Teheran e lo schiaffo del soft power

Mentre i giganti si scontrano, la risposta dell’ambasciata iraniana aggiunge il carico da undici a una situazione già grottesca. Ironizzare sull’amore per il calcio, il cibo e le bellezze artistiche italiane non è solo un esercizio di simpatia; è una mossa tattica sottile. Teheran sa bene che la nostra sovranità politica nazionale è vulnerabile al fascino del proprio soft power e alla percezione di sicurezza. Ridurre il rischio bellico a una chiacchierata da bar su Napoli o Venezia serve a umiliare la retorica della paura di Trump, dipingendo l’Italia come un meraviglioso museo a cielo aperto, troppo bello per essere distrutto, ma forse anche troppo fragile per essere preso sul serio come potenza decisionale.

La sindrome del satellite nel nuovo disordine mondiale

Il paradosso finale è servito, amaro e cristallino, mentre il Vaticano e Washington duellano sopra le nostre teste, e Teheran ci lusinga con la retorica della pizza, l’Italia rimane bloccata in una perenne infanzia geopolitica. La difesa d’ufficio della Premier contro il tycoon è l’ultimo sussulto di un Paese che si rifugia nell’abbraccio morale del Papa quando non ha più la forza (o il permesso) di far valere la propria forza. La sovranità politica nazionale non è una medaglia da appuntarsi al petto nei momenti di calma, ma un muscolo che si allena nel conflitto, scegliendo l’autonomia al posto della comoda, ma svilente, condizione di satellite. Fino a quel giorno, saremo destinati a guardare le nostre bellezze artistiche, i nostri piatti e i nostri stadi non come simboli di un soft power, ma come i fragili tesori di un museo che altri, altrove, decidono se preservare o ridurre in cenere.