Home Curiosità Dalida, l’angelo ferito: la maledizione della dea infelice

Dalida, l’angelo ferito: la maledizione della dea infelice

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Dalida e Gianni Morandi nel 1968 - Wiki Public Domain

C’è una crudeltà sottile nel destino di certe stelle, brillano al punto da accecare chi le guarda, lasciando però al buio chi quella luce la emana. Il 17 gennaio 1933, al Il Cairo, nasceva Iolanda Cristina Gigliotti. Il mondo, qualche anno dopo, l’avrebbe conosciuta, amata e infine divorata con il nome di Dalida.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, non voglio elencarvi i dischi di platino o i trionfi all’Olympia di Parigi. Di quelli sono pieni gli almanacchi. Oggi voglio parlarvi del prezzo salatissimo che la celebrità presenta sempre al casello, e di come una donna abbia combattuto per cinquant’anni una guerra interiore tra l’immagine della diva indistruttibile e la fragilità di una ragazza che voleva solo essere amata.

La costruzione del mito e la cancellazione di Iolanda

Dal punto di vista della comunicazione, Dalida è stata un capolavoro. Miss Egitto, poi regina del yéyé, poi sacerdotessa della disco music, infine interprete drammatica. Ha attraversato le epoche cambiandosi d’abito, perfetta, statuaria, irraggiungibile. Ma la sociologia dello spettacolo ci insegna una lezione amara: il pubblico è un amante vampiro. Vuole tutto. Vuole la tua voce, il tuo corpo, il tuo sorriso, ma non vuole i tuoi problemi.

E così, mentre Dalida trionfava, Iolanda moriva lentamente. Ogni volta che il sipario si alzava, la donna reale doveva farsi piccola, nascondere le sue paure, le sue miopie (fisiche ed emotive), per lasciare spazio alla Dea. È la schizofrenia del successo, essere venerati da milioni di sconosciuti e tornare a casa, la sera, nel silenzio assordante di una villa vuota a Montmartre.

Sanremo ’67: quando la realtà ha infranto lo specchio

C’è un punto di non ritorno in questa storia, ed è inciso a fuoco nella memoria collettiva italiana, il Festival di Sanremo del 1967. La morte di Luigi Tenco non fu solo la tragedia di un uomo tormentato, fu il momento in cui il velo di Maya si squarciò per Dalida.

Lì, in quella stanza d’albergo, la finzione scenica non serviva più a nulla. Il dolore era reale, sporco, inaccettabile. Eppure, la macchina dello show business, cinica come sempre, le chiese di andare avanti. E lei lo fece. Tentò il suicidio poche settimane dopo, sopravvisse, e tornò a cantare. “The show must go on”, dicono. Ma a quale costo? La sua interpretazione di Ciao amore, ciao o Bambino si caricò di una sfumatura diversa: non recitava più il dolore, lo sanguinava sul palco.

La solitudine dei numeri primi

Negli anni successivi, Dalida divenne ancora più grande, ancora più iconica. Divenne un simbolo per la comunità LGBTQ+, una santa laica della malinconia danzereccia. Ma se analizziamo la sua parabola vediamo lo schema ricorrente della “maledizione dei faraoni” che lei stessa temeva. Gli uomini che amava morivano. La felicità borghese, quella fatta di cose semplici, le era preclusa.

Era condannata ad essere eccezionale. E l’eccezionalità è una gabbia d’oro.

Il 3 maggio 1987, Dalida decise di scendere dal palco per sempre. Lasciò un biglietto scarno: “La vita mi è insopportabile. Perdonatemi”. Non era un atto di viltà, ma l’ultimo gesto di controllo di una donna che, per tutta la vita, era stata manovrata dal suo stesso mito.

Oggi, 17 gennaio, mentre ascoltiamo la sua voce calda e profonda, ricordiamoci che dietro le piume di struzzo e i riflettori accecanti c’era Iolanda. E forse, il regalo più grande che possiamo farle per il suo compleanno, è smettere per un attimo di guardare la Diva e provare ad abbracciare, col pensiero, la donna che c’era dietro.