Home Costume e Società Il tramonto della proprietà: la schiavitù del canone mensile

Il tramonto della proprietà: la schiavitù del canone mensile

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C’era un tempo in cui la parola proprietà era il sinonimo di libertà, il pilastro su cui il ceto medio ha costruito i propri sogni, le proprie famiglie e la propria identità politica. Oggi, quel pilastro sta venendo giù sotto i colpi di un’estetica più o meno accattivante e di uno slogan che suona come una sinistra profezia: non possederai nulla e sarai felice.

Ci hanno venduto la sharing economy come la liberazione dal peso delle cose, ma dietro l’esaltazione della condivisione si nasconde la più grande operazione di trasferimento di ricchezza della storia moderna. Abbiamo smesso di accumulare beni per iniziare a collezionare abbonamenti, trasformandoci da cittadini sovrani in utenti in affitto perenne.

L’illusione della libertà senza fardelli

L’inganno è servito su un piatto d’argento. Un appiatimento generale che sta dando luogo ad un sempre maggiore senso di nostalgia rispetto al passato e che noi millennials paghiamo profumatamente. Ci dicono che non serve possedere un’auto, quando basta un’app per noleggiarne una rigorosamente elettrica e green; che non serve comprare un disco, quando la musica è tutta nel cloud; che persino la casa è un fardello di cui liberarsi a favore di una flessibilità che, guarda caso, coincide perfettamente con l’instabilità lavorativa e abitativa.

Ma analizzando la questione emerge una realtà meno poetica in cui la proprietà si sta spostando dalle mani dei molti a quelle dei pochissimi. Mentre noi celebriamo la leggerezza del non possedere, i grandi fondi d’investimento e le piattaforme globali rastrellano immobili, brevetti e infrastrutture, incassando ogni mese la nostra quota di esistenza.

La mutazione genetica della classe media

Il ceto medio, quella classe che un tempo garantiva l’equilibrio democratico grazie alla propria autonomia economica, sta evaporando. È una mutazione genetica della società, stiamo passando dal capitalismo dei proprietari al capitalismo degli estrattori. In questo nuovo ordine, il potere non si misura più con ciò che hai in banca, ma con il controllo dell’accesso ai servizi essenziali.

Se smetti di pagare il canone, la tua musica sparisce, la tua auto non si apre, la tua casa torna sul mercato. È una forma di dipendenza totale, un guinzaglio digitale che rende la protesta sociale un lusso che pochi possono più permettersi, per questo troviamo più facile manifestare per realtà lontane o scendere in piazza solo quando vince la nostra squadra del cuore.

Un atto di resistenza politica

Recuperare il senso del possesso non è un capriccio nostalgico o un istinto materiale, ma un atto di resistenza politica. La proprietà privata, per quanto imperfetta, è ciò che garantisce uno spazio di manovra individuale rispetto alle pretese dello Stato e del mercato. Senza di essa, restiamo sospesi in un eterno presente dove tutto è fluido, tutto è temporaneo e nulla ci appartiene davvero, nemmeno il futuro. Se vogliamo evitare di scivolare verso una nuova servitù della gleba, fatta di schermi lucidi e canoni mensili, dobbiamo ricominciare a chiederci a chi stiamo consegnando le chiavi della nostra vita.