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Auto elettrica: l’illusione verde per pulirci la coscienza

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Foto di JackieLou DL da Pixabay

Mentre le pubblicità ci cullano con immagini di foreste rigogliose e silenzio assoluto, la realtà della mobilità elettrica assomiglia sempre più a un colossale esercizio di ipocrisia collettiva. Ci hanno venduto l’auto a batteria come la panacea di tutti i mali, ma grattando la patina ecologica emerge un quadro fatto di nuovo colonialismo, barriere sociali e un’efficienza ambientale tutta da dimostrare. Siamo sicuri che emettere meno CO2 nei centri di Milano o Roma valga il prezzo umano e ambientale che stiamo scaricando altrove?

Il primo paradosso è geografico e morale. Per far sentire noi europei eticamente corretti, stiamo devastando interi ecosistemi nel cuore dell’Africa. La Repubblica Democratica del Congo, che fornisce oltre il 70% del cobalto mondiale, è diventata il girone infernale del nuovo millennio. Le inchieste giornalistiche più coraggiose continuano a documentare condizioni di lavoro ai limiti della schiavitù e un impatto ambientale delle miniere a cielo aperto che rende l’aria e l’acqua locali tossiche. È una forma di esternalizzazione dell’inquinamento, puliamo le nostre città sporcando, in modo indelebile, quelle degli altri.

La trappola dei costi e il nuovo divario sociale

C’è poi una questione di classe che non possiamo ignorare. Oggi, l’auto elettrica rimane un oggetto per privilegiati. Nonostante gli incentivi, il costo d’acquisto è una barriera insormontabile per la classe media, quella che un tempo acquistava utilitarie diesel e le faceva durare vent’anni. Oggi, l’automobilista è intrappolato in un ciclo di obsolescenza programmata delle batterie e tariffe di ricarica pubblica che, nelle stazioni ultrafast, hanno ormai superato il costo del pieno a benzina.

Inoltre, chi non ha un garage privato con wallbox è di fatto un cittadino di serie B. Dipendere dalle colonnine pubbliche significa sottostare a prezzi volatili e a un’infrastruttura che, fuori dai grandi centri, resta un miraggio. Stiamo trasformando il diritto alla mobilità — sancito dalla nostra Costituzione come espressione della libertà individuale — in un lusso legato al possesso di una rendita o di una casa di proprietà.

L’incognita dello smaltimento e la fine della libertà

Infine, guardiamo al futuro. Le batterie che oggi installiamo con tanto entusiasmo diventeranno, entro la fine di questo decennio, una montagna di rifiuti speciali difficili da gestire. Sebbene il riciclo stia facendo passi avanti, siamo ancora lontani da una vera economia circolare. La verità è che stiamo sostituendo una dipendenza (dal petrolio mediorientale) con un’altra, ancora più stringente, quella dalle materie prime e dalle tecnologie controllate quasi interamente dalla Cina.

Il sospetto è che l’auto elettrica sia il grimaldello per ridurre drasticamente la mobilità privata. Tra costi proibitivi, limitazioni alla circolazione e tracciamento digitale di ogni chilometro percorso, il rischio è che l’auto passi da simbolo di libertà a strumento di controllo sociale. Forse, dietro il silenzio dei motori elettrici, si nasconde la fine dell’autonomia individuale come l’abbiamo conosciuta.