Voi direte che è la scoperta dell’acqua calda, ma trovare casa a Cagliari nel 2025 è diventato un survival game.
Se sei uno studente, un giovane lavoratore o, Dio non voglia, una famiglia che cerca un tetto decente, sai esattamente di cosa sto parlando. È quell’ansia che sale scrollando gli annunci. È quella strana sensazione di sentirsi preso in giro quando vedi le cifre richieste per monolocali che, fino a ieri, erano cantine.
Cagliari è splendida, forse troppo. E questa bellezza sta divorando i suoi stessi cittadini.
Il salasso: rincari + 6% per i bivani, + 7% per i trivani, monolocali +0,9%
Non sono opinioni, sono fatti. I dati dei principali portali (Immobiliare.it, Idealista, ecc.) a fine 2025 parlano chiaro. Parliamo di una media che oscilla tra i 13,30€ e i 14,5€ al metro quadro.
Cosa significa in soldi veri? Significa che un bilocale decente (non in centro, eh) ti parte da 800€ come ridere. Significa che una stanza singola per uno studente, ammesso di trovarla, viaggia sui 300€ (e preparati a pagare utenze e condominio a parte, ovviamente).
È un mercato drogato, schizofrenico, che ha perso ogni contatto con la realtà degli stipendi e delle borse di studio. Ma come ci siamo finiti in questo baratro?
Turismo croce e delizia
Non giriamoci intorno. Il grande elefante nella stanza ha un nome: turistificazione selvaggia.
Intendiamoci: il turismo porta soldi, porta vita, porta lavoro che nobilita l’uomo. Tutto molto bello! Ma quando l’ossigeno diventa troppo, ti brucia i polmoni. A Cagliari e hinterland è successo questo!
Centinaia, anzi, migliaia di appartamenti sono letteralmente spariti dal mercato degli affitti a lungo termine (i contratti 4+4 ormai sono pezzi da museo) per schizzare sulle piattaforme come Airbnb e Booking. Perché? La matematica del proprietario è spietata, ma semplice: più soldi, con gli affitti brevi si incassa il doppio o il triplo e ci si accollano meno rischi, nessun problema di morosità, nessuno sfratto da gestire.
Il risultato? Tu, studente che cerchi casa per 10 mesi, o tu, lavoratore che cerchi un pò di stabilità, sei diventato l’ultima ruota del carro. Non sei redditizio. L’offerta di case vere è crollata e i pochi immobili rimasti hanno prezzi esagerati. Come riportato da L’Unione Sarda, nel giugno 2025, l’assessore comunale all’Urbanistica, Matteo Lecis Cocco Ortu, ha lanciato l’allarme citando oltre 2.100 affitti brevi registrati nel 2024, sottolineando come il 97% delle strutture ricettive in città sia ormai extra-alberghiero.
Ricordate gli studenti in tenda?
Cagliari è un importante polo universitario. Ma dove cavolo dovrebbero vivere questi studenti? Ricordate le proteste con le tende piantate davanti all’università? Non era folklore, era un grido d’aiuto disperato!
I posti letto gestiti dall’ERSU sono pochi, mentre migliaia di ragazzi e ragazze idonei alla borsa di studio (quindi meritevoli e spesso senza mezzi) restano fuori. Sono costretti a buttarsi nell’arena del mercato privato, dove vengono sbranati vivi.
Questa non è selezione, è una fabbrica di disuguaglianze. Se la tua famiglia non può sganciarti 400€ al mese solo per un letto, il tuo diritto allo studio va a farsi benedire. Punto.
E non parliamo delle famiglie in attesa di una casa popolare (liste d’attesa bibliche) o dei lavoratori a stipendio normale, o i cosiddetti working poor, (sì ci sono anche in Sardegna e sono tanti) costretti a fuggire nell’hinterland, trasformandosi in pendolari perenni.
Qui si svuota la città
Ecco, la verità più scomoda non riguarda solo i soldi. Riguarda il tessuto sociale, si tratta dell’anima di Cagliari.
Una città fatta solo di B&B, valigie che rotolano e ristoranti per turisti non è più una città. È un parco a tema. È un guscio vuoto seppur bellissimo.
Stiamo assistendo allo spopolamento sociale del centro. I quartieri perdono la loro identità, i negozi di vicinato chiudono, e alla fine… cosa resta?
Per onestà di cronaca è giusto dire che di fronte a questa emergenza, le istituzioni stanno tentando di mettere in campo delle contromisure, sebbene la soluzione appaia complessa. Il Comune di Cagliari ha attivato strumenti come l’Agenzia sociale per la casa per tentare di mediare tra proprietari e inquilini in difficoltà, offrendo garanzie.
Sul fronte studentesco, la Regione Sardegna e l’ERSU hanno avviato un piano per aumentare i posti letto, con l’obiettivo di recuperare strutture storiche. Tuttavia, questi interventi, pur necessari, rischiano di non essere sufficienti a breve termine per invertire la tendenza di un mercato privato ormai orientato alla rendita turistica. Sono soluzioni tampone, sono cerotti su una ferita che sta diventando cancrena.
La vera domanda è che città vogliamo diventare?
Vogliamo essere la Disneyland del Mediterraneo o una città VIVA, che respira con i suoi studenti, che vibra con i suoi giovani lavoratori e che protegge le sue famiglie?
Abbiamo parlato di Cagliari, ma questo è un problema che sta affliggendo la Sardegna tutta.
Le statistiche e i prezzi al metro quadro, per quanto necessari a definire il perimetro del problema, non riescono a catturare il costo umano, profondo e quotidiano, di questa emergenza. Dietro la freddezza dei dati ci sono le storie, le ansie e le rinunce di chi la città la vive, o vorrebbe viverla.
C’è lo studente fuorisede che, anziché investire energie nello studio, le consuma in una ricerca affannosa e spesso umiliante di un posto letto, arrivando a spendere la quasi totalità della borsa di studio solo per un tetto. C’è la giovane coppia che rimanda i propri progetti di vita, incapace di trovare uno spazio stabile dove costruire un futuro. C’è il lavoratore che vede più della metà del proprio stipendio eroso da un affitto, e la famiglia costretta a sradicarsi dal quartiere in cui è cresciuta, cercando alternative in hinterland sempre più lontani.
Il caro affitti non sta solo mettendo in crisi i bilanci individuali; sta svuotando Cagliari della sua energia vitale. Sta allontanando la generazione che dovrebbe costruirne il futuro e trasformando i quartieri storici in splendide cartoline disabitate, vetrine per turisti che sostituiscono la comunità residente.
Le risposte delle istituzioni, pur fondamentali, appaiono come argini tecnici di fronte a un’onda che è prima di tutto sociale. La vera sfida per la città, ora, è di natura culturale. Si tratta di decidere collettivamente se Cagliari debba essere solo una splendida destinazione da visitare, o prima di tutto una casa da vivere: un luogo accogliente, inclusivo e accessibile.
Perché una città che diventa inaccessibile ai suoi stessi figli, ai suoi studenti e ai suoi lavoratori, è una città che, pur bellissima, rischia di aver perso la propria anima.








