Non è solo acqua. Se vivete in Sardegna o avete amici nell’isola, lo sapete già. Quel rumore insistente contro le tapparelle, il vento di scirocco che oggi, lunedì 19 gennaio 2026, sta sferzando le coste da Cagliari all’Ogliastra, porta con sé un fantasma.
Oggi la Sardegna si è svegliata in Codice Rosso. Scuole chiuse in mezza regione, parchi sbarrati, cimiteri off-limits. Il “Ciclone Harry”, come lo hanno battezzato i meteorologi con quel vizio un po’ hollywoodiano di dare nomi umani alle catastrofi, sta scaricando millimetri su millimetri. Ma la vera notizia non è la pioggia. È la paura. Una paura densa, fangosa, che ti entra nelle ossa ben prima che si allaghino le strade.
La sindrome del cielo plumbeo
Non siamo di fronte alla semplice prudenza, siamo nel pieno di un trauma collettivo. Ogni volta che la Protezione Civile colora la mappa della Sardegna di rosso o arancione, scatta un meccanismo psicologico difensivo ormai automatico. Non guardiamo più le previsioni per decidere se prendere l’ombrello; le guardiamo per capire se dobbiamo temere per la nostra vita. È l’eredità pesantissima lasciata dal Ciclone Cleopatra nel 2013, dall’alluvione di Capoterra nel 2008, dal disastro di Bitti nel 2020.
Non sono solo date su un calendario. Sono cicatrici nel territorio e nella memoria. Chi ha spalato il fango, chi ha visto l’acqua portarsi via auto, ricordi e vite umane, oggi non sente “pioggia”. Sente il presagio del disastro.
Perché chiudiamo tutto?
La decisione di chiudere le scuole e gli uffici pubblici, sacrosanta per la sicurezza, nasconde però una verità più amara sul nostro dissesto idrogeologico.
Chiudiamo tutto perché non ci fidiamo del nostro territorio. Non ci fidiamo di quei canali tombati negli anni del boom edilizio selvaggio, non ci fidiamo dei ponticelli costruiti troppo bassi, non ci fidiamo della pulizia degli alvei fluviali. La “serrata” preventiva è l’unica arma rimasta in mano ai sindaci che, giustamente terrorizzati dalle responsabilità penali e morali, preferiscono paralizzare una città piuttosto che rischiare un solo incidente.
È una sconfitta della politica territoriale? Probabilmente sì. Ma in questo momento, con raffiche di scirocco a 100 km/h che domani girerà a grecale (secondo le carte Poseidon) e ondate previste fino a 6 metri, nessuno ha voglia di fare filosofia. Si vuole solo arrivare a mercoledi senza traumi e con la paura lasciata alle spalle.
Oltre l’allarmismo: cosa sta succedendo davvero
Se stai leggendo questo pezzo mentre fuori diluvia, ecco cosa devi sapere per non cadere nella trappola delle fake news che girano su WhatsApp o Facebook.
- L’allerta è reale e riguarda il rischio idrogeologico (frane e allagamenti), non solo quello idraulico.
- Il picco è previsto già da queste queste ore, con picchi nella giornata di domani 20 gennaio, con una persistenza dei fenomeni che mette a dura prova terreni già saturi.
- La zona orientale dell’isola è la più esposta a causa della ventilazione da sud-est che spinge le masse d’aria umida contro i rilievi.
Ma c’è un altro aspetto da considerare. Se resilienza dei sardi è leggendaria, la pazienza ha un limite. La narrazione del “maltempo eccezionale” sta iniziando a scricchiolare. Se l’eccezionalità diventa la norma ogni inverno, allora non è più il meteo ad essere “pazzo”, è la nostra pianificazione ad essere obsoleta.
Il cambiamento climatico ci sta presentando il conto, e lo sta facendo con interessi da usuraio.
Guardare il cielo con occhi diversi
Mentre scrivo, il bollettino meteo continua ad aggiornarsi. La speranza è che anche questa volta, passati questi due giorni pressoché apocalittici, si possa tirare un sospiro di sollievo e tornare a lamentarsi del traffico!
Tuttavia, c’è una lezione che dobbiamo portarci a casa quando tornerà il sole, la paura è utile quando diventa azione. Se questa ansia collettiva servisse a pretendere, davvero, una messa in sicurezza del territorio invece di svanire al primo raggio di sole, perchè ci sentiamo al sicuro, allora forse la prossima allerta rossa la vivremmo diversamente.
Per ora, restatiamo a casa. Ascoltate la musica, leggete un buon libro, guardate un film, ma non sfidate il meteo. Anche la memoria di chi non c’è più merita, prima di tutto, la nostra prudenza.








