La terra non dimentica. E a quanto pare, nemmeno la Procura della Repubblica di Cagliari. Quella che sembrava una ferita parzialmente rimarginata dai patteggiamenti del 2019 si riapre in questi giorni con la forza di un’inchiesta che scuote nuovamente i vertici industriali della Sardegna. Al centro del mirino non c’è più solo il reato originale, ma un paradosso tutto italiano. Quella bonifica promessa, finanziata e mai realizzata. Ne ha parlato proprio qualche giorno fa Report, che non molto tempo fa, si era già occupata anche di un’altra questione che aveva coinvolto la Fluorsid.
Il peso del passato: dal 2017 a oggi
Per capire cosa stia succedendo tra i canneti della laguna di Santa Gilla e il cemento di Macchiareddu, dobbiamo riavvolgere il nastro fino al 2017. In quell’anno, l’indagine per disastro ambientale travolse la Fluorsid, colosso della produzione di fluoruri d’alluminio. Le accuse dipingevano uno scenario spettrale: polveri inquinanti disperse nell’atmosfera, fanghi industriali sversati in laguna e rifiuti pericolosi interrati come segreti scomodi sotto il suolo industriale.
Nonostante la proprietà, riconducibile al presidente del Cagliari Calcio, sia rimasta formalmente estranea alle imputazioni penali, la vicenda si chiuse nel 2019 con undici patteggiamenti. In quell’occasione, l’azienda sottoscrisse un impegno solenne: 22 milioni di euro destinati al ripristino ambientale. Una cifra imponente che avrebbe dovuto restituire dignità a un territorio martoriato. Qualche giorno fa i veritici aziendali hanno chiarito che l’impegno alla bonifica è stato mantenuto.
La società di Tommaso Giulini con una nota stampa sul sito aziendale ha risposto alle inchieste giornalistiche degli ultimi giorni.
Da oltre 50 anni Fluorsid opera nel settore chimico con un impegno costante verso la tutela dell’ambiente e del territorio – si legge nel comunicato – la salute delle persone e il rispetto rigoroso delle normative vigenti. La gestione responsabile della produzione rappresenta per l’azienda un principio guida che orienta da sempre le scelte industriali, tecnologiche e strategiche. Nel corso degli anni, Fluorsid ha affrontato verifiche e controlli che non hanno mai dimostrato un nesso di causalità tra le attività produttive dell’azienda e i presunti danni ambientali oggetto di contestazione pubblica”. “Il Piano, implementato da Fluorsid, non ha mai previsto interventi di bonifica di terreni nella zona industriale di Macchiareddu, ma esclusivamente opere all’interno dello stabilimento e in altre aree di sua proprietà.
L’ordinanza di Assemini e il nuovo fascicolo
A distanza di anni, la realtà dei fatti sembra però scontrarsi con gli impegni presi sulla carta. Il sindaco di Assemini, Mario Puddu, ha rotto gli indugi a fine dicembre emanando un’ordinanza per rendere esecutiva quella bonifica rimasta, di fatto, al palo. È un atto politico e amministrativo di rottura, che segnala come la pazienza delle istituzioni locali sia ormai esaurita.
L’intervento della magistratura cagliaritana nasce proprio da qui. La nuova inchiesta mira a fare luce sui motivi per cui quegli interventi di risanamento non siano mai decollati. Si indaga per omessa bonifica, un reato che nell’ordinamento italiano ha un peso specifico notevole, specialmente in aree già classificate ad alto rischio ambientale.
Un problema sociale oltre che ambientale
Macchiareddu non è solo un polo industriale è un ecosistema che confina con zone umide di valore internazionale come la Laguna di Santa Gilla, protetta dalla Convenzione di Ramsar. L’interramento dei rifiuti e la mancata bonifica non rappresenterebbero solo violazioni tecniche, ma un debito che le generazioni presenti contraggono con quelle future.
Il rischio, quando le bonifiche vengono procrastinate, è che l’inquinamento diventi strutturale, rendendo i costi di un eventuale recupero futuri ancora più esorbitanti per la collettività. La gestione dei siti contaminati resta una delle criticità maggiori per lo sviluppo sostenibile del Mezzogiorno.
Cosa aspettarsi adesso
La Procura dovrà ora accertare le responsabilità tecniche e amministrative. Perché quei 22 milioni di euro non si sono trasformati in ruspe e terreni puliti? C’è stato un intoppo burocratico o una precisa volontà di rimandare il momento della spesa?
Mentre la giustizia segue il suo corso, resta l’amarezza di un territorio che aspetta risposte concrete. La vicenda Fluorsid non è solo un caso giudiziario, ma il simbolo di una lotta tra profitto industriale e diritto alla salute che in Sardegna, purtroppo, sembra non avere mai fine.








