Ehilà, rockers! Se avete passato gli ultimi vent’anni tra furgoni scassati, cavi jack che friggono e l’odore di birra versata sulle spie, sapete esattamente di cosa parlo. Oggi però mettiamo da parte per un attimo il presente per fare un tuffo nel fango nobile dell’underground dei primi anni Duemila.
Dal 13 marzo, grazie a Blackcandy Produzioni, sbarca finalmente nel mondo digitale un reperto che pensavamo sepolto sotto pile di vecchie fanzine: la discografia essenziale dei Bobby Tumultous. Parliamo del demo omonimo del 2002 e della bomba sonora Be Bop or Be Dead del 2004. Roba che finora potevate trovare solo in qualche scatolone di CD impolverati dopo un concerto.
Bobby Tumultous: il ritorno del garage rock più sporco e cattivo
Non chiamatela operazione nostalgia, chiamatelo servizio pubblico! Digitalizzare questi lavori significa ridare dignità a quel rock fatto di bassa fedeltà e sudore. Come dice Blackcandy: “Rock, garage e melodia col contagocce”.
I Bobby Tumultous (o BTS per gli amici del pogo) erano un trio nato nel 2001 dall’incontro tra Steev Collera, Daytona Staller e Al Tormenta. Gente che viveva di acido lattico e volumi spinti al limite, un ibrido folle tra Jon Spencer, Turbonegro e i Melvins. Il risultato? Una miscela esplosiva che spesso finiva con i proprietari dei locali che facevano i complimenti… chiedendo però alla band di non tornare mai più per i danni causati al palco!
Un demo che è un cazzotto nello stomaco
Il demo del 2002 è il punto zero. Nato per un solo scopo: scappare dalla sala prove e aggredire il pubblico. Brani come True story o Liquor girl blues sono istantanee di una band senza filtri. È un suono abrasivo e istintivo, privo di quelle sovrastrutture che oggi rendono molti dischi piatti e noiosi. È il manifesto di chi macina chilometri per suonare in club sudati dove il soffitto gocciola condensa.
Be bop or be dead: l’urgenza del live su nastro
Due anni dopo, nel 2004, arriva “Be Bop or Be Dead”. Se il demo era l’inizio, questo album è la consacrazione del caos. Pubblicato originariamente per Anti-dot Records, il disco cattura quell’energia nervosa che potevi respirare solo sotto palco.
Pezzi come Party stomp o Seek destroy sono puro impulso elettrico. Niente mediazioni, niente trucchi da studio: solo rock’n’roll diretto e viscerale. È interessante notare come all’epoca fossero ancora un trio doppia chitarra e batteria, prima di cedere alla tentazione del basso. Una scelta coraggiosa che rendeva il loro impatto sonoro ancora più secco e tagliente.
È la prova che il rock vero, quello che puzza di fumo e strada, non muore mai, cambia solo supporto. Quale di queste tracce vi ispira di più dal titolo? Io ho un debole per i pezzi che promettono già dal nome, come She’s so fucked up. Fatemi sapere cosa ne pensate di questo ritorno alle origini!








