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Ilaria Salis, le chiavi in Europarlamento: è il suicidio della sinistra

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C’è un confine sottile, quasi impalpabile, tra la politica come visione e la politica come avanspettacolo. Un confine che l’europarlamentare Ilaria Salis ha deciso di varcare con spavalderia, trasformando l’emiciclo di Strasburgo nel palcoscenico di una recita a soggetto. Con le chiavi in mano, agitate a favore di telecamera, la neodeputata ha offerto al pubblico la sua personale interpretazione del dramma abitativo: Questo è il suono della protesta che attraversa la Spagna per il diritto alla casa. Un gesto che, nelle sue intenzioni, doveva rappresentare un simbolo di lotta. Nei fatti, si è tradotto nel de profundis per una sinistra già in macerie, disperatamente a corto di idee e ostaggio delle sue derive più macchiettistiche.

La crisi abitativa è un’emergenza reale, una ferita aperta nel tessuto sociale di tutta Europa. Nelle nostre città è diventato impossibile vivere, ha sentenziato la Salis, e fin qui la diagnosi è ineccepibile. Ma è la terapia proposta, o meglio, l’invettiva che l’accompagna, a rivelare il vuoto pneumatico di una certa retorica.

La caricatura della lotta di classe

Nel suo mirino ci finisce il business della casa, un’etichetta vaga e onnicomprensiva sotto la quale si affastella tutto e il contrario di tutto. Con una mano si punta il dito – giustamente – contro gli alloggi popolari che marciscono vuoti per l’incuria delle istituzioni pubbliche, con l’altra si demonizza chi, quegli immobili, li possiede privatamente.

Il cortocircuito logico e politico raggiunge l’apice quando l’eurodeputata scivola nella più classica, e trita, demagogia: mentre migliaia di persone si ammazzano per pagare il mutuo, c’è una minoranza che si arricchisce mettendo a reddito le proprie case. E giù l’affondo finale, l’urlo liberatorio che strappa l’applauso dei pochi intimi: Ora basta. Basta con il business della casa, basta con la rendita parassitaria. La casa è un diritto, non una merce.

È una narrazione che affascina i centri sociali e rassicura le coscienze nei salotti buoni, ma che fa a pugni con la realtà del Paese reale. Definire rendita parassitaria l’affitto di un immobile significa sputare in faccia a milioni di italiani. Significa ignorare che quei presunti parassiti sono spesso le stesse persone che, fino al giorno prima, si ammazzavano per pagare il mutuo e che oggi integrano una pensione da fame o sostengono gli studi dei figli affittando la casa ereditata dai genitori o acquistata con i risparmi di una vita di lavoro.

Un colpo di grazia a una sinistra smarrita

La verità è che questo scimmiottamento degli anni Settanta fa un male cane a una sinistra che ha perso il cuore, lo spirito e soprattutto il contatto con il proprio elettorato. Invece di proporre soluzioni serie – un piano straordinario di edilizia residenziale pubblica, agevolazioni fiscali per chi affitta a canone concordato, lotta spietata alla speculazione dei grandi fondi internazionali – si preferisce la scorciatoia del nemico facile. Si criminalizza il piccolo proprietario borghese per non dover fare i conti con l’incapacità dello Stato di garantire un diritto fondamentale.

Agitare un mazzo di chiavi presso il Parlamento Europeo non costa nulla e garantisce qualche titolo di giornale. Ma è un suono vuoto. È il rumore di fondo di una fazione politica che ha disimparato a governare le complessità del presente e preferisce rifugiarsi nel tepore delle frasi fatte. Finché la sinistra continuerà a confondere i costruttori di ricchezza legittima con i veri speculatori, finché continuerà a scambiare il rancore sociale per giustizia distributiva, non farà altro che condannarsi alla marginalità. E le uniche chiavi che continuerà ad agitare saranno quelle delle proprie, inesorabili, prigioni ideologiche.