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Spose bambine nel mondo: i dati Unicef e le vere cause del dramma

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Uno, due, tre. Un respiro appena, il tempo di posare gli occhi su questa riga, e da qualche parte nel mondo una ragazzina ha appena smesso di esserlo. Non per un ineluttabile orologio biologico, ma per un contratto firmato da adulti. Ogni tre secondi, dodici milioni di volte l’anno, si celebra un rito che sa di condanna. Ieri abbiamo assistito alla Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze, e come ogni 11 ottobre ci troviamo a fare i conti con un pallottoliere dell’orrore che le coscienze benpensanti faticano a guardare dritto in faccia.

I numeri di un’infanzia negata e il peso dei conflitti

L’Unicef ci sbatte in faccia la realtà con la consueta, spietata precisione: una ragazza su cinque viene data in sposa prima di spegnere le diciotto candeline. Se vi sembrano statistiche fredde e lontane, sappiate che oggi camminano su questa terra seicentocinquanta milioni di donne che sono state spose bambine. Un intero continente fantasma di infanzie interrotte.

Le guerre, le crisi economiche e gli sfollamenti di massa non fanno che gettare benzina su questo fuoco inestinguibile. Non c’è da stupirsi che l’Africa sub-sahariana guidi questa macabra classifica, registrando un tasso del trentuno percento di unioni precoci. Dove lo Stato arretra e la povertà avanza, il corpo delle bambine diventa merce di scambio, l’ammortizzatore sociale più economico a disposizione di famiglie disperate.

Le cicatrici invisibili e il coraggio di dire basta

Ma il dramma delle spose bambine non si esaurisce sull’altare. Quella firma estorta, spesso col ricatto o con la forza delle tradizioni, è solo il prologo di un’esistenza fatta di isolamento, gravidanze a rischio e violenze domestiche. La negazione categorica del diritto allo studio va di pari passo con un tracollo psicologico devastante. Non è un caso, infatti, che l’ansia e lo stress emotivo spingano queste giovani donne verso il baratro dell’autolesionismo, diventato oggi una delle principali cause di morte tra le adolescenti dai quindici ai diciannove anni a livello globale.

Eppure, il destino non è scritto sulla pietra, né tantomeno giustificato da fumose ragioni culturali. I dati ci dicono che le riforme legislative e i massicci investimenti nell’istruzione hanno evitato, nell’ultimo quarto di secolo, circa sessantotto milioni di matrimoni precoci. Una dimostrazione lapalissiana che quando la politica smette di chiacchierare nei consessi internazionali e inizia a proteggere sul territorio, le vite si salvano per davvero.

La sfida italiana e il nodo dell’educazione sentimentale

Anche l’Italia non può limitarsi a guardare dal buco della serratura sentendosi al sicuro. Per questo motivo, l’Unicef Italia ha rilanciato con forza la campagna Non restare in silenzio, puntando i fari non solo sulle spose bambine delle latitudini più povere, ma sull’humus culturale che genera la violenza di genere ovunque: i dannati stereotipi.

Il presidente di Unicef Italia, Nicola Graziano, lo ha scandito a chiare lettere, ricordando come la violenza si previene prima che accada: educando bambine e bambini, ragazze e ragazzi a riconoscere gli stereotipi, rispettare l’autonomia dell’altro e costruire relazioni fondate sulla libertà, sul consenso e sulla reciprocità.

Perché, in fondo, ciò che si impara tra i banchi di scuola oggi, forgerà la società di domani. Sradicare la prassi delle spose bambine, così come ogni forma di sottomissione femminile, richiede un lavoro chirurgico e incessante sull’affettività e sull’educazione. Non servono post indignati sui social per ventiquattr’ore, serve seminare cultura. E, soprattutto, serve smettere di voltarsi dall’altra parte mentre il ticchettio continua, inesorabile. Uno, due, tre.