Home Attualità Economia L’inflazione strangola i redditi, ma l’esecutivo ha altre priorità

L’inflazione strangola i redditi, ma l’esecutivo ha altre priorità

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E io pago! Direbbe il buon Totò! Ma partiamo dai fatti, quelli nudi e crudi che non si possono smentire nei salotti televisivi con un mix di politichese e grafici made in AI.

La realtà non chiede la tessera di partito, si presenta puntuale ogni volta che un lavoratore appoggia il bancomat sul lettore del supermercato o guarda la colonna dei decimali mentre riempie il serbatoio della macchina. Un’inflazione che viaggia verso quota quattro e due per cento, gli stipendi reali sbriciolati con una perdita che sfiora l’otto per cento e una pressione fiscale schizzata al quarantatré per cento, livelli che non si vedevano da oltre un decennio.

È il ritratto di un Paese in affanno, dove quello che ieri costava mille euro oggi ne richiede millecinquecento, mentre l’incasso a fine mese rimane ostinatamente lo stesso.

I numeri di una stangata quotidiana

L’Istat ci ha appena consegnato un bollettino di guerra camuffato da report statistico: l’inflazione ha toccato il 4,2%, il livello più alto degli ultimi tre anni. Ma la vera tragedia non si annida nel dato generale, un numero freddo che i politici amano declamare nei talk show, bensì nel dettaglio del carrello della spesa e delle bollette. Rispetto a dieci anni fa, vivere in questo Paese costa il 36% in più. Non stiamo parlando di beni voluttuari, di ostriche e champagne, ma della nuda sopravvivenza.

L’olio d’oliva ha subito rincari del 65%, la pasta del 40%, persino un modesto chilo di zucchine sfiora aumenti del 47%. Nel frattempo, i venti di guerra in Medio Oriente e in Iran hanno riacceso i contatori del gas e delle pompe di benzina, come se non bastasse la speculazione fisiologica a spolpare i risparmi. A fronte di questo cataclisma quotidiano, il salario reale dei lavoratori è calato del 4%. Tradotto, lavoriamo di più, paghiamo tutto a peso d’oro e portiamo a casa una miseria.

Per capire la profondità del burrone non serve una laurea alla Bocconi, basta guardare il carrello della spesa di una famiglia monoreddito. Il tonno in scatola è schizzato in alto del 40%, e poi uova, latte, formaggi, persino le zucchine e il caffè, tutti schierati in una marcia trionfale di rincari compresi tra il quaranta e il cinquanta per cento. Con la benzina saldamente sopra i due euro e il diesel a due euro e trenta, la congiuntura economica si trasforma in una ghigliottina quotidiana.

Sarebbe disonesto sostenere che questa tempesta sia nata interamente nelle stanze di Palazzo Chigi. Le crisi internazionali, le spinte speculative e le tare strutturali del nostro sistema economico vengono da lontano. Ma l’onestà intellettuale impone anche di valutare come chi governa risponde all’emergenza. E qui la pagella dell’esecutivo si macchia di omissioni e scelte strategiche difficilmente difendibili. Perché la politica, se ha ancora un senso d’esistere, nasce esattamente per proteggere chi sta affondando, non per allargare le braccia e guardare altrove.

Dove trovare le risorse senza fare demagogia

La domanda da porsi è semplice: dove andiamo a prendere i denari per rimettere un po’ di ossigeno nelle tasche degli italiani? Le risposte ci sono, ma richiedono il coraggio di scontentare i poteri forti anziché i soliti noti.

La prima stonatura riguarda la corsa al riarmo. In un Paese dove per ottenere una Tac attraverso il servizio sanitario nazionale bisogna attendere dodici mesi – pregando nel frattempo la buona sorte – si trovano miliardi freschi per ordinare nuovi carri armati e missili di ultima generazione.

Con la bizzarra giustificazione di doversi difendere da un’invasione imminente dell’Europa ad opera di chi, in quattro anni, non è riuscito a completare la conquista del Donbass. Sostituire la spesa per la salute pubblica con quella per le munizioni non è solo un errore contabile, è una rinuncia ai doveri fondamentali dello Stato.

La seconda strada, indicata a più riprese da Oxfam Italia, è quella di una tassa straordinaria dell’uno per cento sui patrimoni dei multimilionari. In Italia parliamo di circa cinquantamila persone su sessanta milioni di abitanti. Un prelievo simbolico che i diretti interessati non avvertirebbero neppure nel loro tenore di vita, ma che garantirebbe allo Stato un gettito paragonabile a quello di una manovra finanziaria intera.

E infine ci sono i superprofitti. Negli ultimi anni abbiamo assistito ai guadagni stellari dei colossi delle armi, dei giganti della farmaceutica ai tempi della pandemia e delle banche, che nell’era dei tassi alti e della recessione hanno accumulato miliardi di utili senza versare un solo euro a favore dei correntisti. Tassare quelle rendite di posizione con un minimo di fermezza sarebbe un atto di elementare giustizia sociale.

L’arte della distrazione tra tagli e fantasmi

Invece di percorrere queste strade civili e pragmatiche, cos’ha fatto il governo? Ha scelto la via più facile e spietata, smantellare gli ammortizzatori sociali, cancellare i fondi per i contributi agli affitti degli studenti fuorisede e lasciare che i giovani protestino accampati in tenda davanti agli atenei.

Per coprire il rumore di fondo di questa ritirata sociale, si spalanca il sipario sulle armi di distrazione di massa. Quando la realtà stringe al collo, la politica sforna dibattiti surreali. Ci si accapiglia per giorni sull’uso del burqa, un indumento che la stragrande maggioranza degli italiani non ha mai incrociato nemmeno per sbaglio nella propria vita quotidiana.

È il vecchio trucco della nebbia ideologica, si inventa un nemico immaginario per non dover spiegare perché la spesa costa il doppio e perché gli stipendi valgono la metà. Un teatrino che non fa più ridere nessuno, e che lascia gli italiani da soli a fare i conti con la cassa.