Home Attualità Sardegna, il crollo del mito: meno centenari, meno laureati e working poors

Sardegna, il crollo del mito: meno centenari, meno laureati e working poors

0
sardegna-meno-centenari
Cagliari Via Roma, Stephanie Albert da Pixabay

Ci hanno venduto per decenni la favola accattivante della Blue Zone. L’isola magica dove il tempo si ferma, il maestrale spazza via i malanni, un bicchiere di Cannonau allunga la vita e i centenari spuntano come funghi, pronti a finire sulle copertine dei magazine americani. Una narrazione da pro loco, rassicurante e un po’ pigra. Poi, puntuale come una secchiata d’acqua gelida a gennaio, arriva l’Istat. E con il suo ultimo dossier sulle trasformazioni delle regioni italiane ci risveglia brutalmente dal torpore, spiegandoci che le cartoline illustrate non fanno statistica. E soprattutto, non fanno PIL.

Dietro il sipario del mare cristallino, la Sardegna è una terra che si sta svuotando, che invecchia male e, paradosso dei paradossi, dove si muore prima che altrove.

Il bluff dell’elisir di lunga vita

Partiamo dai numeri nudi e crudi, gli unici che non ammettono repliche. In venticinque anni, l’isola ha perso centomila abitanti. Un esodo silenzioso che l’ha riportata a un milione e mezzo di residenti. L’Istat ci spiega che dagli anni Novanta il saldo naturale tra nascite e decessi diventa negativo, ma la Sardegna non beneficia di saldi migratori positivi significativi. Tradotto: non si fanno più figli e, a differenza di altre regioni, qui non arriva quasi nessuno a rimpiazzare chi se ne va o chi passa a miglior vita. Il declino demografico sardo ha anticipato quello nazionale di ben quindici anni.

Il risultato è un invecchiamento galoppante. Oggi, per ogni cento ragazzini sotto i quindici anni, ci sono 283 ultrasessantacinquenni. La media italiana si ferma a 208. Ma il vero colpo di grazia alla retorica dei centenari arriva dall’aspettativa di vita. Se nel 1974 un sardo viveva in media 73,8 anni, staccando il resto d’Italia di oltre un anno, oggi la curva si è invertita. Nel 2025 l’aspettativa di vita isolana si ferma a 83,1 anni, contro gli 83,7 del dato nazionale. La Sardegna è precipitata al sestultimo posto in Italia in questa speciale classifica. Insomma, si invecchia tanto, ma si sopravvive meno. Fine della favola.

Poca manifattura, molta improvvisazione

Ma se la demografia piange, l’economia e l’istruzione certo non ridono. Un territorio prospera se investe in cervelli e in industria. L’isola, al contrario, sembra incagliata in una eterna bassa marea. Nonostante la scolarizzazione di massa, l’Istat certifica che l’incidenza di laureati e diplomati in Sardegna è inferiore di circa sette punti rispetto alla media nazionale. Un gap culturale che si riflette, inevitabilmente, sulla qualità del mercato del lavoro.

I tassi di occupazione restano asfittici, tenuti a galla quasi esclusivamente dall’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, mentre l’occupazione maschile è addirittura arretrata rispetto al 1977. Ma la vera domanda è, cosa fanno i sardi che lavorano? La risposta è lo specchio di un’economia fragile. L’industria assorbe meno del 17% degli occupati, un abisso di sette punti in meno rispetto all’Italia. Tutto il resto, il 77%, è terziario.

Attenzione però a non farsi ingannare dalla parola servizi. Non stiamo parlando di poli tecnologici o hub finanziari. L’Istituto di Statistica usa una formula elegante per descrivere il dramma: un’occupazione caratterizzata da una quota relativamente alta di addetti nei servizi con bassa intensità di conoscenza. In parole povere: alberghi, ristoranti e commercio al dettaglio. Camerieri a tempo determinato, commessi stagionali e operatori turistici per tre mesi all’anno. L’occupazione nei comparti ad alta e media tecnologia è quasi nulla. Si fugge dalle campagne in crisi per finire a servire spritz ai turisti, rinunciando di fatto a costruire una classe lavoratrice specializzata.

Il malessere non risparmia nemmeno i centri di potere. Cagliari, il capoluogo che tra l’Unità d’Italia e il 1981 aveva visto sestuplicare i propri abitanti, oggi si ritrova a gestire una lenta, inesorabile deurbanizzazione. È passata da quasi 200mila abitanti agli attuali 147mila. Chi può scappa nei comuni dell’hinterland, lasciando in città una quota di over 65 persino superiore a quella, già altissima, del resto dell’isola. Una capitale che si svuota e si incarta su se stessa, specchio fedele di una regione intera.

C’è insomma una Sardegna reale che bussa forte alla porta della politica, chiedendo conto di decenni di mancata programmazione, di illusioni industriali fallite e di una monocultura turistica che arricchisce pochi e precarizza molti. Continuare a raccontarci la storiella dei centenari e dell’aria buona non servirà a trattenere i giovani che fanno le valigie per cercare altrove, molto banalmente, un futuro. E magari, statistiche alla mano, anche per vivere un po’ più a lungo.