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Cane ucciso a Olbia: l’arroganza di chi spara per abitudine e la fine inaccettabile di Zeus

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Foto di un Pastore Maremmano di Chikilino da Pixabay

Ci sono storie che ti si incastrano nello stomaco e si rifiutano di scendere, storie in cui l’assurdità del male supera di gran lunga la pur fervida immaginazione dei peggiori sceneggiatori. L’ultimo campionario di orrore quotidiano arriva dalla Sardegna, e ha per protagonista un pastore maremmano di tre anni che ha commesso un reato gravissimo, imperdonabile, faceva il suo mestiere di cane da guardia! Nel proprio giardino, per giunta.

La vicenda del cane ucciso a Olbia non è soltanto l’ennesimo capitolo del maltrattamento animale in Italia, ma è la radiografia perfetta di un’arroganza che, fucile in spalla, si sente padrona del mondo, delle proprietà altrui e, in ultima istanza, della vita. Zeus, questo il nome dell’animale, non era un randagio abituato a difendersi dalle insidie della strada. Era un membro della famiglia, accolto quando aveva solo tre mesi, cresciuto tra l’affetto dei suoi padroni e i confini sicuri della sua casa in località Su Trambuccone. Fino all’otto ottobre, quando quella sicurezza è stata spazzata via da due colpi di fucile.

Cronaca di un’esecuzione sommaria a Su Trambuccone

La ricostruzione fornita dalla Lida di Olbia ha i contorni del thriller grottesco. Un cacciatore decide, per motivi noti solo al suo personalissimo e discutibile senso dell’orientamento, di violare una proprietà privata. Zeus, avvertendo la presenza di uno sconosciuto, fa esattamente quello che la genetica e l’istinto gli impongono, ovvero abbaia. Non sbrana, non assale, abbaia. E come risponde l’impavido portatore di fucile di fronte a un cane che fa il cane a casa sua? Prima tenta di zittirlo lanciandogli delle pietre, quasi fossimo nel Medioevo, e poi, infastidito dalla persistenza dell’animale, imbraccia l’arma e fa fuoco. Due volte.

Ma il repertorio di questa intollerabile prepotenza non si esaurisce con lo sparo. Il proprietario di Zeus, precipitatosi fuori dopo aver sentito i colpi, si trova davanti a una scena che definire macabra è un eufemismo. L’intruso sta cercando di trascinare la povera bestia morta verso un canalone, un patetico tentativo di insabbiare il misfatto. E quando il padrone, devastato e comprensibilmente furioso, chiede conto di quello scempio, si ritrova a fissare la canna del fucile puntata contro di lui.

La giustizia che serve e il vizio di sentirsi padroni

Ora i carabinieri indagano, la salma del povero Zeus è sotto sequestro per i doverosi accertamenti veterinari e la Lida, per voce di Cosetta Prontu, promette battaglia legale. Tutto giusto, tutto necessario. Ma la domanda che resta appesa nell’aria, pesante come il piombo di quei due proiettili, è di natura culturale prima ancora che penale.

Come siamo arrivati al punto in cui un individuo armato si sente in diritto di violare una proprietà privata, uccidere a sangue freddo l’animale che la custodisce e minacciare di morte il proprietario? Il caso del cane ucciso a Olbia ci impone di guardare in faccia una realtà scomoda, esiste una frangia di esaltati che scambia la licenza di caccia per un lasciapassare universale, un’immunità che li autorizza a disporre a piacimento del territorio e delle vite che lo abitano.

Non si tratta di essere animalisti militanti, ma di difendere le basi stesse della convivenza civile. Zeus è morto perché ha fatto il suo dovere in un Paese in cui, troppo spesso, chi ha un’arma in mano pensa di poter riscrivere le regole a proprio piacimento. Pretendere che questo signore paghi un conto salatissimo alla giustizia non è sete di vendetta, ma il minimo sindacale per impedire che l’Italia si trasformi definitivamente nel Far West dei prepotenti. Un cane che abbaia nel suo giardino merita una carezza, non un’esecuzione.