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Violenza contro le donne: quando il pronto soccorso diventa rifugio

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Foto di Diana Cibotari da Pixabay

La violenza contro le donne è una emergenza sociale che sta devastando il nostro Paese. Donne picchiate, abusate, umiliate, molte non denunciano, poche trovano il coraggio di parlare, alcune non sopravvivono. In questa spirale silenziosa, fatta di paura e vergogna, spesso l’unico luogo in cui la violenza emerge – seppure tra mille ostacoli – è il pronto soccorso. Ed è proprio lì che la sanità pubblica sta imparando a leggere i segnali, a raccogliere i dati, a trasformare la sofferenza in conoscenza utile.

Dal 2019, l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e il Ministero della Salute hanno intrapreso un percorso congiunto per monitorare e comprendere meglio un fenomeno tanto diffuso quanto sottostimato: la violenza contro le donne che si manifesta attraverso l’accesso alle strutture ospedaliere.

Due accordi triennali – uno siglato nel 2019, l’altro nel 2023 – hanno dato vita a una banca dati dedicata alla violenza di genere, un archivio fondamentale per orientare le politiche pubbliche e per fornire strumenti di intervento concreti.

Violenza contro le donne: i numeri che parlano (e quelli che mancano)

I flussi sanitari utilizzati – in particolare quelli relativi agli accessi in pronto soccorso (EMUR) e alle dimissioni ospedaliere (SDO) – sono ormai una miniera di informazioni. Ma attenzione: i numeri, per quanto preziosi, non raccontano tutto. Il fenomeno della violenza domestica, infatti, sfugge ancora troppo spesso a una codifica chiara.

L’individuazione dei casi avviene tramite specifici codici di diagnosi o mediante la dicitura “violenza altrui”. Ma i margini di errore sono ampi. L’operatore sanitario può non riconoscere i segni di violenza, la vittima può non dichiararli, oppure la documentazione può essere imprecisa. Eppure, nonostante questi limiti, negli ultimi anni la capacità del sistema sanitario di intercettare il fenomeno è cresciuta visibilmente.

Tra il 2017 e il 2023, l’accesso delle donne al pronto soccorso e i ricoveri con diagnosi riconducibili alla violenza mostrano un trend che non può essere ignorato. I numeri, pur se incompleti, fotografano un’Italia che soffre in silenzio e che ha bisogno di ascolto e protezione.

Violenza contro le donne: una legge che cambia le carte in tavola

Nel 2022, con l’approvazione della Legge 53, qualcosa si è mosso anche sul piano normativo. L’articolo 4 della legge introduce l’obbligo di integrare i flussi informativi sanitari con dati più dettagliati: dalla relazione tra vittima e autore della violenza, al tipo di abuso subito – fisico, sessuale, psicologico, economico – fino alla presenza di figli e agli atti persecutori concomitanti.

Inoltre, viene introdotto il DA-5, un indicatore di rischio che permette agli operatori sanitari di valutare il pericolo di rivittimizzazione della paziente. Una novità che, se ben implementata, potrebbe trasformare l’ospedale da semplice punto di cura a presidio attivo nella lotta contro la violenza di genere.

Una rete ancora fragile, ma sempre più consapevole

Il sistema sanitario non è nato per fare indagini o profilare fenomeni sociali. Eppure, di fronte a un’emergenza strutturale come la violenza contro le donne, è diventato uno dei pochi baluardi in grado di intercettare segnali, raccogliere indizi, offrire una prima forma di aiuto.

La collaborazione tra Istat e Ministero della Salute è un esempio virtuoso di come i dati possano trasformarsi in strumenti di prevenzione, di contrasto e – si spera – di cambiamento. Ma resta ancora molto da fare: la formazione del personale, l’omogeneità nella raccolta delle informazioni, la tutela della privacy e, soprattutto, la capacità di creare un sistema integrato tra sanità, giustizia e servizi sociali.

Perché ogni accesso al pronto soccorso non sia solo una ferita da curare, ma un’occasione per cambiare il destino di chi ha subito.