Nostalgici degli anni ottanta! C’è un’immagine che riassume il mese di marzo del 1986 meglio di mille discorsi: i Carabinieri del NAS che, tra gli scaffali dei supermercati setacciano le bottiglie come se cercassero ordigni inesplosi. Non era una simulazione. In quel momento, l’Italia stava facendo i conti con lo scandalo del vino al metanolo, non solo una truffa bensì una tragedia che ha lasciato sul campo 23 morti, 153 intossicati e una ferita mai rimarginata nel tessuto sociale del Paese.
Cinismo in bottiglia: la ditta Ciravegna
Tutto ebbe inizio il 17 marzo 1986. Mentre l’Italia si preparava alla primavera, decine di persone in Lombardia, Piemonte e Liguria iniziarono ad accusare sintomi terribili: cecità improvvisa, danni neurologici devastanti, morte. Il filo rosso di questo orrore portava a Narzole, in provincia di Cuneo, nelle cantine della ditta Ciravegna. Qui, Giovanni e Daniele Ciravegna — padre e figlio — avevano deciso di “aggiustare” il vino con dosi massicce di metanolo.
L’obiettivo era tristemente banale, alzare la gradazione alcolica risparmiando. All’epoca il metanolo, pur essendo un veleno letale se ingerito in grandi quantità, era esente da imposta di fabbricazione, rendendolo molto più economico dello zucchero. Tra il dicembre 1985 e il marzo 1986, furono utilizzate circa due tonnellate e mezzo di questa sostanza, trasformando il vino da tavola in un’arma chimica silenziosa.
Cronaca di una strage annunciata
Lo scandalo del vino al metanolo non fu un fulmine a ciel sereno. Già nel 1984, l’Ispettorato Repressione Frodi di Treviso aveva pizzicato la ditta Ciravegna per uso improprio di metanolo, facendo scattare un sequestro e una denuncia. Eppure, quel fascicolo svanì nel nulla, permettendo ai colpevoli di continuare a produrre il loro veleno, poi imbottigliato e distribuito dalla ditta Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino. Solo il ricovero di una donna, rimasta tragicamente non vedente, permise agli inquirenti di sollevare il velo su un sistema che coinvolgeva circa sessanta aziende in tutta Italia.
L’impatto economico fu un terremoto: l’export vinicolo, che l’anno precedente correva con un +20% in valore, crollò verticalmente, perdendo oltre un terzo dei volumi. In Germania Ovest, le frontiere vennero blindate e le forniture italiane bloccate per settimane, in attesa che i laboratori tedeschi confermassero ciò che l’Italia già sapeva: il nostro vino era diventato sinonimo di pericolo.
Il verdetto e l’amaro sapore dell’ingiustizia
Il processo si concluse nel 1992 con condanne fino a 16 anni. Giovanni Ciravegna, indicato come il principale responsabile dello scandalo del vino al metanolo, fu condannato a 14 anni. Ma la beffa per le vittime arrivò con i risarcimenti, gli imputati si dichiararono nullatenenti, impedendo di fatto ogni indennizzo economico alle famiglie colpite e ai sopravvissuti che ancora oggi portano i segni della cecità o di gravi deficit neurologici.
Oggi, lo scandalo del vino al metanolo resta una lezione brutale di etica pubblica. Se da un lato ha portato alla nascita dei moderni e scrupolisi controlli dei NAS e a una cultura della sicurezza alimentare senza precedenti, dall’altro ci ricorda che la vigilanza non può mai abbassare la guardia. I controlli non si limitano più a verificare se un vino sia “tagliato”, ma analizzano l’intera filiera. Se nel 1986 si cercava il metanolo, oggi i NAS scovano sofisticazioni invisibili, come l’uso di pesticidi vietati o la contraffazione di marchi DOP e IGP, che rappresentano il nuovo volto del crimine agroalimentare.
La vera vittoria dello Stato dopo lo scandalo del vino al metanolo è stata la transizione verso un modello preventivo. I NAS non intervengono più solo a decesso avvenuto, ma operano su sistemi di allerta comunitari (come il RASFF), che permettono di ritirare dal commercio prodotti pericolosi in poche ore su tutto il territorio europeo.
Nel 2025, i numeri parlano chiaro: oltre 45.000 ispezioni in un solo anno, con sequestri per un valore che supera i 190 milioni di euro. Questi dati ci dicono che, sebbene le frodi siano diventate più sofisticate e tecnologiche, lo scudo che protegge la nostra salute è diventato infinitamente più robusto. Abbiamo trasformato una ferita nazionale in un modello di eccellenza. La lezione del 1986 è stata dura, ma ha permesso ai NAS di diventare ciò che sono oggi, i veri custodi del Made in Italy e della salute pubblica.








