Home Costume e Società Se Hermann Göring tornasse oggi: il processo di Norimberga siamo noi

Se Hermann Göring tornasse oggi: il processo di Norimberga siamo noi

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Foto Piazza Pulita

Il 20 novembre 1945 si apriva il capitolo più drammatico della storia giuridica moderna. Parliamo del Processo di Norimberga. Ottant’anni dopo, lo scrittore Stefano Massini ha riportato in vita il fantasma di Hermann Göring, il numero due del Terzo Reich, non per sciorinare dati storici, ma per scagliare una domanda che brucia come acido: “Oggi, sareste ancora capaci di condannarci?”

Il monologo di tefano Massini: la maschera di Göring e il cinismo del presente

Nel suo monologo, Stefano Massini non rievoca il mostro da museo delle cere, ma un Göring sottile, manipolatore e tragicamente attuale. Il gerarca nazista ci osserva dal fondo di un secolo che ha dimenticato l’orrore per abbracciare l’indifferenza. La tesi è feroce, il nazismo non fu solo una follia collettiva, ma una macchina perfetta che rispondeva a bisogni che, oggi, sembrano essere tornati prepotentemente di moda.

Il punto di rottura del monologo di Stefano Massini arriva quando “l’imputato” elenca le sue colpe trasformandole in meriti per l’elettore moderno. Parlava di protezione dei confini, di primato della nazione, di semplificazione della realtà attraverso l’individuazione di un nemico comune.

Vi ricorda qualcosa? La forza della narrazione di Massini sta proprio qui, nel suggerire che le risposte autoritarie di allora siano le stesse che oggi molti invocano a gran voce sotto forme diverse, più “pulite” e democraticamente accettate.

Il cortocircuito della memoria

Siamo abituati a pensare a Norimberga come al trionfo del Bene sul Male assoluto. Ma Massini, con la sensibilità del drammaturgo, ci ricorda che quel processo fu possibile perché il mondo aveva ancora negli occhi il fumo dei forni crematori. Oggi, quel fumo è diventato nebbia cognitiva.

Göring, nel monologo, ci sfida a guardare le nostre “piccole” crudeltà quotidiane, il disprezzo per l’ultimo, la ricerca dell’uomo forte, la delega della nostra libertà in cambio di una sicurezza (spesso fittizia). La verità che emerge è scomoda. Se nel 1945 la condanna fu unanime, oggi quel consenso granitico vacillerebbe davanti a una narrazione che punta alla pancia, alla paura e al risentimento.

Perché il monologo di Stefano Massini è un monito necessario

Non è un esercizio di stile, ma un’operazione di igiene mentale. Mentre i testimoni oculari di quegli anni ci lasciano, la storia rischia di diventare una favola lontana. Con questo monologo, Massini ci trascina nuovamente in quell’aula di tribunale, ma stavolta il banco degli imputati è vuoto, perché è diventato una panchina in una piazza qualsiasi del 2026.

La domanda finale resta sospesa, fastidiosa come un ronzio: siamo davvero sicuri di essere gli eredi dei giudici di Norimberga e non, involontariamente, i figli spirituali di chi sedeva dall’altra parte?

Pensate invece a cosa sarebbe successo se Hitler avesse avuto Facebook.