Giorgia Meloni a Washington per un incontro ad alto profilo con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il vertice è articolato in due momenti — un pranzo riservato e un colloquio bilaterale nello Studio Ovale — rappresenta un’occasione fondamentale per rilanciare il dialogo transatlantico in un momento particolarmente delicato per l’economia globale e gli equilibri geopolitici.
Dazi: Meloni a Washington spinge per l’azzeramento delle barriere doganali
Al centro del confronto, la questione dei dazi imposti dagli Stati Uniti ai prodotti industriali europei, incluse le automobili. La premier italiana si farà portavoce dell’interesse comunitario per una rimozione delle barriere doganali, evidenziando la bontà delle proposte europee per favorire il libero scambio.
In cambio, Roma si dice pronta a rafforzare l’importazione di gas naturale liquefatto (GNL) statunitense, fondamentale per l’Italia dopo l’abbandono delle forniture russe. Inoltre, si valuta un incremento degli acquisti di armamenti e componenti militari “Made in USA”, in linea con gli impegni NATO.
Un ponte politico tra UE e USA: meloni nel ruolo di mediatrice
Nonostante le competenze sui dazi spettino esclusivamente alla Commissione Europea, Meloni a Washington si propone come interlocutrice autorevole, forte dei suoi buoni rapporti con Trump e del costante dialogo con Ursula von der Leyen. Proprio con la presidente della Commissione, il premier italiano ha avuto un nuovo contatto telefonico alla vigilia del viaggio.
Si fa strada anche l’ipotesi di un vertice a tre tra Trump, Meloni e von der Leyen: un’occasione per rafforzare i legami tra Bruxelles e Washington, oggi messi a dura prova dal ritorno delle tensioni commerciali.
Buy american e internazionalizzazione: le richieste italiane sul tavolo
Nel colloquio con Trump, Meloni porterà anche istanze più direttamente italiane, come la richiesta di maggiore apertura verso le imprese del Belpaese intenzionate a investire negli Stati Uniti. Un tema sensibile, soprattutto alla luce del Buy American Act, che penalizza le aziende straniere nelle commesse pubbliche americane.
Contestualmente, l’Italia ribadirà l’intenzione di raggiungere la soglia del 2% del PIL in spesa militare, come richiesto dalla NATO. Tuttavia, appare difficile seguire Washington sulla proposta di innalzare tale quota fino al 5%. Roma potrebbe puntare su un compromesso più sostenibile, come il 3%.
Un equilibrio delicato tra investimenti e bilancio pubblico
Da un punto di vista economico, l’azzeramento dei dazi offrirebbe un immediato vantaggio competitivo alle imprese italiane ed europee, favorendo l’export e riducendo i costi di produzione. I benefici si rifletterebbero in una maggiore crescita del PIL e in un rafforzamento dell’occupazione nei settori industriali. Tuttavia, l’aumento delle spese militari impone cautela: spingere troppo potrebbe compromettere la tenuta dei conti pubblici. Ogni punto percentuale in più sul PIL dedicato alla difesa vale decine di miliardi di euro, e dovrà essere finanziato senza gravare eccessivamente sul debito.
Un’occasione per ridefinire i rapporti transatlantici
Le trattative sono complesse, l’esito incerto. Ma se c’è una cosa che la politica internazionale ci ha insegnato è che anche le strette di mano più muscolose partono spesso da un sorriso diplomatico e da una battuta ben calibrata.
E in fondo, tra una promessa di abolire i dazi, un carico di gas made in Texas e qualche jet da acquistare in saldo, non è escluso che Meloni riesca nell’impresa di far quadrare il cerchio. O almeno di farsi offrire un caffè americano abbastanza lungo da prendere tempo fino al prossimo summit.








