Tutti noi abbiamo almeno una canzone che non sopportiamo, quel motivetto che ci fa digrignare i denti appena lo sentiamo alla radio. Di solito basta un click e il problema è risolto. Ma provate a immaginare di perdere quel potere. Immaginate di non poter cambiare canale, di non poter spegnere lo stereo e, soprattutto, di non potervene andare.
Cosa succede se qualcuno vi costringe ad ascoltare quel brano a tutto volume per un’ora? Un giorno? Una settimana?
Benvenuti nell’inferno della tortura musicale. Sebbene alcuni dei suoi esecutori preferiscano non definirla “tortura”, minimizzandola a tattica di disturbo, non c’è dubbio sulla sua efficacia devastante. Il caso più celebre è quello che ha trasformato questa pratica in un evento mediatico globale, risale al Natale del 1989 e che ha come protagonista il dittatore panamense Manuel Noriega al quale è stata dedicata un’intera playlist con l’intento di farlo capitolare. Ma andiamo con ordine.
Dopo l’invasione di Panama ordinata dal presidente George H.W. Bush, Noriega, accusato di traffico di droga e brogli elettorali, si rifugiò nell’ambasciata vaticana a Panama City. Fuori, le truppe americane formarono rapidamente un perimetro. E sebbene l’idea dei Ranger del 75° Reggimento che fanno irruzione in stile commando in territorio vaticano avesse un certo fascino, il buon senso prevalse.
Circondato dalle truppe americane, il generale rifiutava di arrendersi. Fu allora che l’esercito USA decise di sfoderare l’arma psicologica definitiva un muro di suono con le contropalle.
Una flotta di Humvee equipaggiati con altoparlanti da stadio circondò l’edificio. La playlist, curata dal Southern Command Network (la radio militare USA in Centro America), fu scelta con una crudele ironia. Noriega, noto amante dell’opera, fu investito da una valanga di rock americano!
Tutto era cominciato cinque giorni prima, quando il Presidente George H.W. Bush aveva dato il via all’invasione, ribattezzata Operation Just Cause. In origine, il nome in codice era “Operation Blue Spoon” (Cucchiaio Blu), un termine che incorporava elementi di piani precedenti come “Nifty Package” e “Acid Gambit”.
Il contesto: come nasce la playlist di Noriega
Per quanto drammatica, l’invasione di Panama dovette sgomitare per attirare l’attenzione dei telespettatori in quelle vacanze del 1989. La Cortina di Ferro si stava sgretolando in diretta mondiale. La settimana precedente aveva portato nelle nostre case le immagini incredibili della rivoluzione in Romania, ricordiamo le immagini dei civili armati che prendevano il controllo degli studi della televisione nazionale, trasmessi in tempo reale dalla CNN. Bush e Gorbachev dichiaravano la fine della Guerra Fredda, in Mongolia si tenevano libere elezioni e, nota di colore culturale, debuttavano I Simpson. Era un mondo in ebollizione.
La mattina di Natale, il generale dell’esercito USA Maxwell “Mad Max” Thurman (soprannominato anche “Il Maxatollah”) si trovò a discutere a quattr’occhi con Monsignor Jose Sebastian Laboa al cancello della Nunziatura. Il complesso si trovava vicino a diversi hotel di lusso. Mentre Thurman si voltava per andarsene, un giornalista urlò da una finestra dell’Holiday Inn: “Ehi, Generale Thurman, come va? Buon Natale!”
Fu la scintilla. Temendo che i reporter potessero intercettare le negoziazioni usando microfoni parabolici, Thurman ordinò di erigere una barriera sonora attorno all’ambasciata. Il 4° Gruppo PSYOP (Operazioni Psicologiche) fece arrivare una flotta di Hummer montati con Array di altoparlanti.
La guerra psicologica in 4/4
Il primo giorno, il 25 dicembre, muica natalizia a gogò. Ma dal 27 dicembre, le truppe PSYOP presero il controllo della playlist della radio militare e scatenarono una raffica della stessa musica che proveniva dalle loro Chevy Nova.
Noriega amava l’opera ma si beccò gli Styx
La stazione aveva iniziato a trasmettere le richieste delle truppe fin dall’inizio dell’invasione, come riportato in un memorandum post-operazione:
Quando le truppe iniziarono a rientrare dal campo, le richieste divennero piuttosto fantasiose. Gli addetti alle unità cinofile chiamarono chiedendo Billy Idol, ‘Flesh for Fantasy’; la Compagnia di Sicurezza dei Marine chiamò dicendo che stavano partendo per una missione e avevano bisogno di una canzone per caricarsi. Il pezzo era ‘Welcome to the Jungle’ dei Guns N’ Roses, un brano che era già stato richiesto molte volte. Il Team Sommozzatori delle Forze Speciali chiese diverse canzoni dei Doors: ‘Strange Days’, ‘People Are Strange’, ‘The End’… Abbiamo suonato molti pezzi con la parola ‘giungla’, oltre a brani come ‘God Bless the U.S.A.’ di Lee Greenwood e ‘We’re Not Gonna Take It’ dei Twisted Sister.
La playlist di Noriega completa è disponibile presso il National Security Archive della George Washington University, ma ecco una selezione dei pezzi che hanno fatto la storia e assordato un dittatore:
(You’ve Got) Another Thing Coming – Judas Priest
Danger Zone – Kenny Loggins
Iron Man – Black Sabbath
Panama – Van Halen
Paranoid – Black Sabbath
Refugee – Tom Petty
Wanted Dead or Alive – Bon Jovi
War Pigs – Black Sabbath
We’re Not Gonna Take It – Twisted Sister
You Shook Me All Night Long – AC/DC
Your Time is Gonna Come – Led Zeppelin
La strategia funzionò
Mentre la Santa Sede protestava formalmente con il Presidente Bush per quel baccano infernale, la strategia funzionò. Il 3 gennaio 1990, sfiancato e stordito, Noriega si arrese. Morto nel 2017, il dittatore detto anche Cara de piña, ovvero Faccia d’ananas, fu detenuto in una prigione federale di Miami.
Se a Panama la vicenda aveva ancora i contorni quasi grotteschi di una commedia d’azione anni ’80, negli anni successivi la tortura musicale ha assunto tinte decisamente più oscure. Ci sono rapporti confermati di combattenti nemici torturati con i Metallica e la sigla del dinosauro “Barney” in container al confine siriano (un tema esplorato brillantemente da Jon Ronson nel suo L’uomo che fissa le capre).
Nel 1993, durante l’assedio di Waco in Texas contro la setta dei Davidiani, le forze dell’ordine bombardarono il complesso con musica pop (inclusa These Boots Are Made for Walkin’ di Nancy Sinatra), rumori di jet in decollo e urla di conigli macellati. In Afghanistan, nel 2010, i Marines sparavano heavy metal e minacce ai talebani nei villaggi di Marjah. Come sintetizzò brutalmente un ufficiale: “Non ci sono oscenità, ma gli stiamo dicendo che moriranno”. Ma ricordiamo anche che Birtney Spears viene utilizzata come arma per spaventare i pirati somali a largo della costa orientale dell’Africa dagli ufficiali della marina mercantile britannica.
Durante la Guerra al Terrore, brani come Enter Sandman dei Metallica divennero strumenti standard negli interrogatori in Iraq. La logica era duplice: privare i prigionieri del sonno e offendere la loro sensibilità culturale. I detenuti non collaborativi venivano costretti ad ascoltare per ore la sigla di Sesame Street o la canzone I Love You del dinosauro viola Barney.
Il sergente Mark Hadsell delle Operazioni Psicologiche (Psy Ops) spiegò il meccanismo a Newsweek con freddezza clinica:
Questa gente non ha mai sentito l’heavy metal. Non riescono a reggerlo. Se lo suoni per 24 ore, le funzioni cerebrali e corporee iniziano a scivolare via, il treno dei pensieri rallenta e la volontà si spezza. È allora che entriamo noi a parlarci.
Pratiche legittime oppure no?
C’è un dibattito acceso sulla legittimità di queste pratiche. Nel 2003, Rick Hoffman dell’Associazione Veterani Psy Ops sostenne alla BBC che tali tattiche non lasciano effetti a lungo termine, a differenza della tortura fisica. Ma chi ha vissuto l’esperienza sulla propria pelle racconta una storia molto diversa, descrivendo la tortura musicale come un’aggressione profonda alla psiche.
Binyam Mohamed, ex detenuto di Guantanamo e residente nel Regno Unito, ha raccontato all’organizzazione per i diritti umani Reprieve l’orrore di quei giorni:
C’era musica ad alto volume, Eminem e Dr. Dre per 20 giorni di fila… Molti hanno perso la testa. Sentivo gente sbattere la testa contro i muri e le porte, urlando a squarciagola”.
Un altro prigioniero, Haj Ali, ha descritto come i suoi carcerieri mandassero in loop solo il ritornello di Babylon di David Gray:
“Babylon… Babylon… Babylon… ancora e ancora. Era così forte che pensavo mi scoppiasse la testa.
Oggi, le Nazioni Unite e la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo hanno bandito l’uso di musica ad alto volume negli interrogatori, e Amnesty International classifica senza mezzi termini questa pratica come tortura musicale. Non si tratta di musica in senso artistico, ma di un’aggressione sonora progettata per disorientare, intimidire e distruggere l’identità di un essere umano, una violazione crudele che il diritto internazionale non può più tollerare.
Fonte BBC








