Ma come? Hanno il vento, hanno il sole, eppure si oppongono al futuro? Sardignoli! Direbbe il continentale medio. E vista dal Continente, sembra davvero una follia autolesionista la nostra. Ma vista da qui, dalla Sardegna e da sardi, è la reazione più lucida e razionale che possa esistere. Cari amici continentali la riluttanza sarda non nasce dall’ignoranza scientifica. Nasce dalla memoria storica e dal portafoglio.
Ecco perché il sardo dice di no! La riluttanza alle rinnovabili è la risposta immunitaria di un popolo che si sente preso in giro e che finalmente ha preso coscienza dei soprusi.
E’ il trauma delle promesse mancate, la Sardegna è infatti costellata di cadaveri industriali. La chimica di Porto Torres, le fibre di Ottana, le miniere del Sulcis solo per citarne alcuni. Ogni volta che è arrivato lo Stato o il privato, ha promesso sviluppo e lavoro in cambio di benessere economico e salute. Finiti gli incentivi, soni rimasti i ruderi, i laghi di cianuro e la disoccupazione; ça va sans dire l’eolico e il fotovoltaico oggi vengono visti come furia speculativa, come l’ennesimo piano di rinascita in cui si prendono gli incentivi e si lasciano in cambio rottami industriali (e patologie oncologiche, argomento che merita un articolo a parte).
La sindrome della colonia energetica
Noi sardi siamo consapevoli che l’isola produce già oggi circa il 38-40% in più dell’energia che le serve (lo confermano i dati Terna). A cosa servono altre migliaia di torri eoliche? A esportare energia col Tyrrhenian Link. La percezione è quella di essere una batteria al servizio del Nord Italia, mentre in Sardegna si continua a pagare l’energia a peso d’oro a causa del costo del carbone e delle inefficienze di rete.
Ma il primo motivo per cui la Sardegna non incassa un euro dalle esternalità negative (cioè il danno al paesaggio e al territorio) è giuridico. In Italia, gli impianti di energia rinnovabile sono definiti opere di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti”.
Pubblica utilità ovvero il vento non è tuo
Colonia energetica: cosa significa in soldoni? Significa che lo Stato ha deciso che produrre energia pulita è più importante di tutto il resto. Di conseguenza, la legge italiana (spesso e volentieri spalleggiata dalle direttive europee) vieta alle Regioni di imporre imposte o royalty sulla produzione di energia. Se la Regione Sardegna provasse a dire: “Vuoi mettere le pale? Bene, allora mi dai il 10% del fatturato da redistribuire ai cittadini per abbassare le tasse”, la Corte Costituzionale boccerebbe la norma in cinque minuti (come è già successo in passato in altre regioni).
Il principio è che non puoi tassare il vento o il sole perché sono beni comuni. Il paradosso, però, è che mentre la risorsa è comune, il profitto è privato. Quindi le multinazionali si fregano le mani e poi sfruttano una risorsa pubblica gratis, deturpano il territorio (esternalità negativa), ma non possono essere costrette a pagare un indennizzo strutturale alla popolazione, se non qualche elemosina concordata coi singoli comuni (la rotatoria nuova, il campo da calcetto).
L’inganno del PUN (Prezzo Unico Nazionale)
Perché esportiamo energia a basso costo ma noi sardi la paghiamo cara? Qui la colpa è del mercato elettrico. L’energia eolica e solare prodotta in Sardegna ha un costo marginale bassissimo (il vento non manda fatture). Quando i parchi sardi producono a manetta, immettono energia in rete a prezzo stracciato. Tuttavia, il prezzo che il cittadino paga in bolletta è il PUN (Prezzo Unico Nazionale).
Il PUN non è la media dei costi, ma è deciso dal prezzo della centrale più costosa necessaria a coprire il fabbisogno in quel momento (spesso il gas o il carbone). Quindi la Sardegna butta nella rete nazionale energia pulita ed economica. Questa energia calmiera i prezzi per le industrie della Lombardia o del Veneto. Il sardo, però, continua a pagare la bolletta basata sul prezzo nazionale, che rimane alto.
In pratica, stiamo facendo solidarietà energetica verso il Nord produttivo, senza ricevere nemmeno un grazie! È un travaso di ricchezza netto e il valore aggiunto (l’energia a basso costo) vola via nel cavo sottomarino, il costo ambientale resta sull’isola.
Lo statuto speciale dormiente e le accise
E qui arriviamo alla politica. La Sardegna è una Regione a Statuto Speciale. Sulla carta, avrebbe il potere di trattare col governo centrale condizioni di vantaggio, come la famosa “Zona Franca”. Perché non godiamo di agevolazioni fiscali (es. sconti sull’IVA o sulle accise in bolletta) per compensare il disagio di avere l’isola piena di pale?
Perché la politica regionale, negli ultimi trent’anni, non ha mai avuto la forza contrattuale di imporlo. Si sarebbe potuto dire a Roma: “Noi diventiamo l’hub verde d’Italia, ma in cambio tu Stato azzeri le accise sull’energia per i residenti sardi”. Si chiama scambio politico. Invece, si è lasciato che le autorizzazioni piovessero dall’alto (Ministero dell’Ambiente) senza legarle a un patto fiscale.
Lo Stato incassa l’IVA sulle bollette salate dei sardi e le tasse sugli utili delle società energetiche (che però hanno sede legale a Milano o all’estero, quindi nemmeno l’IRAP resta in Sardegna). È un sistema estrattivo perfetto: prendono la risorsa, lasciano il danno, portano via i soldi.
Manca la sovranità energetica
La Sardegna è vittima di un sistema centralista che usa il territorio come una piattaforma tecnica, ignorando la dimensione sociale. Le agevolazioni non ci sono perché la legge le vieta. I prezzi bassi non restano qui perché il mercato è unico. Le bollette sono alte perché mancano le infrastrutture (gas).
Per rompere questo cerchio non bastano le proteste serve riscrivere le regole del gioco tra Stato e Regione. O l’energia porta ricchezza diffusa (tramite una società energetica regionale che venda ai sardi a prezzo di costo, per esempio), oppure è, e resterà, una servitù alla quale ci opporremo sempre in un modo o nell’altro!
Non è NIMBY, è richiesta di equità
La narrazione mainstream etichetta i comitati sardi come NIMBY (Not In My Back Yard). È falso. Se domani una legge dicesse: “L’energia prodotta in Sardegna resta in Sardegna e azzera le bollette dei residenti e delle imprese locali”, credo che le barriccate sparirebbero in un’ora.
L’ostilità è verso il modello di business, non verso la tecnologia! I sardi rifiutano di sacrificare il loro unico vero patrimonio rimasto, l’identità, il paesaggio, il turismo, l’agricoltura, per un vantaggio economico che finisce altrove, lasciandoci con le bollette più care d’Italia e l’ambiente sfregiato più di quanto già non sia.
È una questione di dignità, non si può chiedere a chi paga di più di sacrificare anche di più, senza dare nulla in cambio!
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