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Che fine ha fatto il tormentone estivo?

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Tutti in piedi sul bancone del bar, un cocktail in una mano e lo smartphone nell’altra, a cantare stonando la stessa, identica, canzone. Dalla Sardegna, a Riccione e Gallipoli, da Jesolo a San Vito Lo Capo. Se questa immagine vi suona come un ricordo sbiadito, quasi archeologico, non siete i soli. Benvenuti nell’estate 2025, l’estate che (forse) ha ufficialmente mandato in pensione il “tormentone estivo”. Quello con la “T” maiuscola, quello capace di unire sotto un unico, martellante, ritornello intere generazioni.

Certo, le radio e le playlist di Spotify sono piene di potenziali hit. Annalisa ci prova con la sua “Maschio”, Alfa e Manu Chao ci trascinano in un vortice di “A me mi piace”, ANNA ci fa sentire “Désolée” con le sue barre affilate. E poi Ghali, Fabri Fibra, i Pinguini Tattici Nucleari… I nomi ci sono, le canzoni pure. Ma manca qualcosa. Manca il plebiscito, il coro unanime che si alza da ogni stabilimento balneare. Manca il Re.

Ma perché? Cosa è successo al nostro amato/odiato tormentone estivo? La risposta, come spesso accade, non è semplice e assomiglia più a un cocktail ben miscelato che a uno shottino liscio.

L’impero dello streaming e la dittatura dell’algoritmo

Il primo, grande, indiziato è ovviamente lui: lo streaming. Piattaforme come Spotify, Apple Music e Amazon Music hanno trasformato il nostro modo di ascoltare la musica. Se prima eravamo “vittime” passive della programmazione radiofonica – un imbuto che distillava una manciata di hit fino a renderle onnipresenti – oggi siamo diventati i DJ di noi stessi.

L’algoritmo ci conosce meglio di nostra madre. Sa che dopo la nostra dose di pop italiano abbiamo bisogno di una spruzzata di indie malinconico, seguito da una botta di k-pop e magari un tuffo nella techno berlinese. Il risultato? Milioni di bolle musicali, perfettamente personalizzate, che raramente si intersecano. Ognuno ha il suo “tormentone privato”, la colonna sonora perfetta per la propria estate, non per quella di tutti.

TikTok: fabbrica di Hit a scadenza (molto) ravvicinata

E poi c’è il colosso che ha riscritto le regole del gioco: TikTok. Se una canzone non ha un balletto o un trend virale, esiste davvero? Il social cinese è diventato una potentissima rampa di lancio, capace di trasformare uno sconosciuto in una star globale nel giro di 24 ore.

Ma questa velocità ha un prezzo. I tormentoni nati su TikTok sono fiammate intense ma brevissime. Durano il tempo di un trend, qualche settimana al massimo, per poi essere sostituiti dalla prossima hit virale. Una meteora che illumina il cielo per un istante, senza avere il tempo di diventare una stella polare per l’intera estate. Questo ciclo forsennato di consumo musicale rende quasi impossibile per una singola canzone consolidarsi e diventare il simbolo di un’intera stagione.

La fine dei grandi riti collettivi

Ammettiamolo, il tormentone era anche figlio di un’epoca diversa, fatta di riti collettivi più marcati. Il Festivalbar, le serate in discoteca dove il DJ dettava legge, i grandi concerti in piazza. Eventi che creavano un’esperienza condivisa e cementavano il ricordo di una canzone a quello di un’estate.

Oggi l’intrattenimento è frammentato. Le serate sono più eterogenee, i festival si specializzano in nicchie sempre più specifiche e la fruizione della musica è diventata un’esperienza prevalentemente individuale, vissuta attraverso le cuffie del nostro smartphone.

Quindi, il tormentone è morto davvero?

Forse, più che di morte, dovremmo parlare di evoluzione. Il tormentone estivo come lo conoscevamo – un monolite che dominava incontrastato l’etere da giugno a settembre – ha probabilmente fatto il suo tempo.

L’estate 2025 non è un deserto musicale, al contrario. È una giungla lussureggiante e biodiversa, piena di suoni, ritmi e generi diversi. Ci sono decine di potenziali tormentoni che convivono pacificamente, ognuno con il suo pubblico, la sua nicchia, il suo momento di gloria.

Non avremo più una sola canzone a definire la nostra estate, ma un’intera playlist. E forse, in un mondo che ci vuole sempre più omologati, questa frammentazione, questa libertà di scegliere la propria, personalissima colonna sonora, non è poi una cattiva notizia. Lunga vita alla playlist estiva!