Immaginate di dover salire su un aereo e di scoprire, un attimo prima del decollo, che la persona ai comandi non è stata selezionata per le sue ore di volo, per la sua freddezza nelle emergenze o per il superamento di test rigorosissimi, ma semplicemente per riempire una casella statistica. Certo, la politica non è l’aviazione, i danni di un pessimo ministro sono meno immediati di quelli di un pilota impreparato, ma il tarlo che scava nella mente è esattamente lo stesso. È il dubbio, legittimo e feroce, che si insinua quando parliamo di quote rosa.
Ci troviamo di fronte a quello che, agli occhi di molti e a rigor di logica, appare come il più clamoroso dei paradossi democratici, nel tentativo disperato di sanare una discriminazione storica, non stiamo forse istituzionalizzando la discriminazione stessa?
L’insidia del paternalismo politico
Questa domanda scoperchia un vaso di Pandora che il conformismo contemporaneo preferirebbe tenere sigillato. Mettere una donna in una lista elettorale, in un consiglio di amministrazione o in una giunta non in quanto professionista brillante, colta e capace, ma in quanto donna, è un atto che rasenta un sottile e velenoso paternalismo.
Se ci fermiamo a riflettere, l’essenza stessa dell’emancipazione femminile è stata la rivendicazione dell’individuo contro l’appartenenza di genere. Le grandi battaglie del Novecento chiedevano a gran voce che una donna potesse essere giudicata per il proprio cervello e per le proprie competenze, non per la propria biologia. Le quote rosa, introducendo un obbligo aritmetico, ribaltano questo assunto.
Trasformano il genere in una sorta di qualifica professionale e, così facendo, gettano un’ombra ingiusta anche su quelle donne che in quelle posizioni ci sarebbero arrivate comunque, per puro e cristallino merito. L’effetto collaterale è spietato, il sospetto che non ce l’abbiano fatta perché brave, ma perché serviva un panda per completare lo zoo istituzionale.
La linea di partenza truccata e la terapia d’urto
Eppure, per onestà intellettuale, dobbiamo guardare anche il rovescio della medaglia. Perché sono nate le quote rosa? La risposta risiede in una constatazione amara, la linea di partenza della corsa politica non è mai stata dritta.
Per decenni, i partiti politici sono stati circoli chiusi, dominati da logiche di cooptazione squisitamente maschili. In quell’ecosistema, il merito maschile veniva riconosciuto e premiato, mentre il merito femminile veniva sistematicamente ignorato, relegato a ruoli di segreteria o di contorno. Le cosiddette affirmative actions, le azioni positive di cui le quote sono figlie, non nascono nell’illusione di creare una società perfetta, ma come una brutale terapia d’urto.
Sono, in sostanza, una forzatura del sistema. Una medicina amara e con pesanti effetti collaterali, somministrata a un corpo politico malato di miopia, per forzarlo a guardare lì dove non avrebbe mai guardato. L’obiettivo teorico non è instaurare il regno della biologia, ma rompere un soffitto di cristallo così spesso che il solo merito, da solo, non riusciva a scalfire.
Il rischio della mediocrità protetta
Ma la medicina, se presa troppo a lungo, diventa veleno. Il rischio attuale è che ci si accontenti della facciata. Abbiamo riempito i parlamenti di donne, certo, ma quante di loro hanno un reale peso politico? Quante sono leader e quante, invece, sono fedeli esecutrici posizionate lì da leader uomini per adempiere a un obbligo di legge?
Quando la legge garantisce il posto in base al sesso, si abbassa la guardia sulla qualità. Si permette a donne mediocri di occupare spazi che andrebbero preclusi a chiunque, uomo o donna che sia, non possieda la statura per governare la cosa pubblica. La politica si svilisce, trasformandosi in un pallottoliere dove conta raggiungere il cinquanta per cento esatto, a discapito della visione, della cultura e della competenza.
Oltre il recinto, verso una politica adulta
Che senso ha, dunque? Ha il senso tragico e temporaneo di una stampella. Una società veramente matura, una democrazia compiuta, dovrebbe provare una profonda vergogna per aver ancora bisogno delle quote rosa.
Il nostro obiettivo non deve essere quello di difendere questa impalcatura aritmetica per l’eternità, ma di smantellarla il prima possibile. E potremo farlo solo quando smetteremo di guardare alla politica come a una guerra tra sessi, iniziando a esigere, da ogni singolo candidato, una sola, rivoluzionaria e spietata caratteristica, il talento accompagnato da una buona dose di abnegazione e trasparenza. Fino a quel momento, continueremo a navigare in questo scomodo limbo, dove la parità assomiglia troppo spesso a una riserva protetta, e dove il merito resta, malinconicamente, in una sorta di sala d’attesa.








