E’ un fascino indiscusso, quasi magnetico, quello che ruota attorno alla bandiera dei Quattro Mori. È il simbolo di un popolo che ha resistito, che ha un’identità culturale ben scolpita, una lingua, tante lingue, una fierezza che gli abitanti della penisola italiana spesso faticano a comprendere.
In tanti, oggi, si riempiono la bocca con la parola “indipendenza”. È certamente uno slogan potente, che scalda gli animi e riempie le piazze. Oggi però, la strada dell’indipendentismo sardo è a mio modestissimo avviso un sentiero impraticabile, e lo è per ragioni che non hanno nulla a che fare con il coraggio del popolo sardo, ma con la spietatezza della matematica.
Il primo muro contro cui si infrange il sogno sovranista è l’economia. L’indipendenza politica senza indipendenza finanziaria è una scatola vuota, una condanna all’isolamento. Oggi la Sardegna paga il prezzo altissimo dell’insularità, costi di trasporto insopportabili, dipendenza logistica, infrastrutture carenti. L’economia dell’isola si regge in gran parte sull’impiego pubblico e sui fondi statali ed europei. Immaginare una secessione significa dover rispondere, la mattina del giorno dopo, a più domande ben precise, tipo: chi paga per la sanità? Per le scuole, per l’energia? Senza un colossale e preventivo piano industriale, la dichiarazione di indipendenza coinciderebbe con il default.
A questo si aggiunge la debolezza cronica di chi dovrebbe guidare questo processo. I movimenti sovranisti sardi sono storicamente frammentati e continuano ad esserlo, non riescono a trovare una sintesi nemmeno per autogovernarsi, come potrebbero aaspirare a governare con forza un Consiglio Regionale? Come potrebbero mai gestire la complessità geopolitica e diplomatica della nascita di un nuovo Stato nel cuore del Mediterraneo?
Ma c’è un terzo punto. Ed è quello che mi terrorizza di più. Le transizioni istituzionali repentine, i momenti di rottura, creano sempre dei vuoti di potere. E la natura criminale, proprio come i gas, si espande per occupare tutto lo spazio disponibile. La Sardegna non ha una mafia autoctona strutturata sul modello di Cosa Nostra o della ‘Ndrangheta, ma non per questo è al riparo, anche la recente iniezione di detenuti con il 41 bis trasferiti a Uta non è certo di buon auspicio. Al contrario, l’isola potrebbe tecnicamente essere una delle più grandi lavatrici di denaro sporco d’Europa. Il suo settore immobiliare, le coste mozzafiato, l’industria turistica sarebbero il bersaglio perfetto per i capitali illeciti.
Immaginate un neo-Stato sardo. Un’entità giovane, con istituzioni ancora fragili, un sistema fiscale da ricostruire e un disperato, vitale bisogno di liquidità per evitare il collasso sociale. Sarebbe la preda perfetta. I grandi cartelli del narcotraffico internazionale, i broker della finanza criminale, i colletti bianchi del riciclaggio non aspetterebbero altro. Arriverebbero ad offrire fiumi di denaro contante sotto forma di investimenti, salvataggi aziendali, acquisizioni immobiliari. Non ci sarebbe bisogno di sparare un solo colpo, comprerebbero pezzi interi del nuovo Stato. La Sardegna non diventerebbe una nazione libera, ma la prima narcocrazia del Mediterraneo.
L’indipendenza, oggi, sarebbe probabilmente un’illusione che rischia di consegnare l’isola al peggior offerente. La vera, grande e rivoluzionaria battaglia che i sardi devono combattere oggi non è lo strappo, ma la conquista di una vera autonomia. Significa battere i pugni sui tavoli di Roma e di Bruxelles per esigere che il principio di insularità diventi realtà e non parole fini a sé stesse redatte su un documento. Significa spezzare i monopoli sui trasporti che strozzano i commerci, e gestire in modo sovrano la transizione energetica, evitando che l’isola diventi una servitù eolica e solare per le multinazionali.
È una battaglia meno romantica, forse. Meno utile per stampare magliette o fare proclami. Ma è l’unica strada che può proteggere la terra, l’economia e, soprattutto, le libertà dei sardi.








