Invisibile agli occhi ma di una solidità disarmante, è il filo invisibile, si fa per dire, che lega i paradisi fiscali più remoti del globo alle coste immacolate della nostra Sardegna. È la rete dell’estrattivismo finanziario, un meccanismo vorace che si nasconde dietro statuti societari inappuntabili e colletti bianchi dal sorriso rassicurante. La vicenda che si sta consumando in Gallura, nel comune di Loiri Porto San Paolo, proprio di fronte a quel santuario naturale che è l’area marina protetta di Tavolara, rappresenta la sintesi perfetta, e a tratti drammatica, di un sistema antico e collaudato, ossia, la privatizzazione dei profitti e la spietata socializzazione dei costi.
L’ombra del lusso sull’isola incantata
Proviamo a tradurre in numeri la portata di questa operazione, battezzata Tavolara Bay. Si tratta di un progetto che si allarga su ben centoventi ettari di costa sarda, portando in dote un albergo a cinque stelle, un campo da golf a diciotto buche e ventisei ville di lusso proposte alla cifra esorbitante di tredicimila euro al metro quadro. Non stiamo parlando di sviluppo turistico integrato, ma della costruzione di una vera e propria enclave, un microcosmo blindato e pensato esclusivamente per i super-ricchi. Un non-luogo dove la bellezza del paesaggio viene ridotta a semplice carta da parati per chi può permettersi l’esclusività assoluta.
I burattinai della finanza globale e i colletti bianchi
Ma chi tira realmente i fili di questa immensa colata di capitali e, inevitabilmente, di cemento? Scavando sotto la superficie, emerge un asse transatlantico che fa impallidire. Da una parte troviamo la Jhsf Capital, colosso brasiliano del lusso che controlla il marchio Fasano. Dall’altra, spunta la Csfg Re Europe, una holding lussemburghese nei cui meandri societari si nasconde il vero gotha della finanza speculativa mondiale.
Ci si imbatte in nomi del calibro di Alexandre Behring da Costa, cofondatore del fondo 3G Capital e grande architetto delle titaniche fusioni di marchi come Kraft-Heinz, Burger King e AB InBev, affiancato da dirigenti di peso indiscusso come Claudio Moniz Barreto Garcia e Miguel Nuno Da Mata Patricio. Questo autentico impero si regge su un reticolato complesso di istituti e veicoli finanziari domiciliati comodamente in Delaware, a Malta, nelle Bahamas e nelle Isole Vergini Britanniche.
E l’Italia? I soci nostrani, tra cui spiccano l’immobiliarista Davide Bizzi e il commercialista Ezio Simonelli, si accontentano di una quota marginale del tredici percento. Gli italiani, in questa scacchiera, sono solo i comprimari di lusso di un capitale apolide.
Lo schiaffo al territorio
Il potere di questi signori dell’industria globale, tuttavia, non si esaurisce nei consigli di amministrazione offshore. Esso ha la forza inaudita di piegare, quasi irridendole, le istituzioni statali. Di fronte alle obiezioni sollevate, a ragion veduta, dalla Regione Sardegna e dagli enti locali in merito al pesante impatto ambientale e ai vincoli paesaggistici, i promotori non si sono fermati. Hanno semplicemente cambiato strada, imboccando l’autostrada burocratica garantita dalla Zes Unica.
Questa procedura straordinaria ha permesso di aggirare gli ostacoli locali, disinnescando il dibattito democratico e trasferendo il potere decisionale a Roma. E proprio nella Capitale, lo scorso 4 giugno, il Consiglio dei ministri ha sbloccato e autorizzato l’iter. È il trionfo della deroga, lo svuotamento delle prerogative territoriali in nome di un presunto interesse superiore che, a ben guardare, di pubblico ha davvero ben poco.
Il paradosso inaccettabile: fondi pubblici per capitali esteri
Eppure, il vero capolavoro di cinismo politico ed economico si nasconde nelle pieghe dello statuto societario della Tavolara Bay srl. Lì riposa placido l’articolo 17, una clausola dal nome tecnico e apparentemente innocuo: Claw-back dei soci di minoranza. Questo comma regola un meccanismo di compensazione interna nel caso in cui la società riesca a ottenere, negli anni a venire, il tanto agognato Contributo Governativo, ovvero sovvenzioni pubbliche statali erogate attraverso il Contratto di Sviluppo Turistico.
Fermiamoci un istante, perché il cortocircuito sarebbe clamoroso. Le tasse dei cittadini italiani, i soldi di chi contribuisce quotidianamente alla tenuta del Paese, potrebbero essere utilizzati per finanziare un resort inaccessibile, voluto e gestito da miliardari che avrebbero le risorse per costruire l’opera senza battere ciglio. E gli utili generati da questo paradiso artificiale? Quelli, state pur certi, prenderanno la via sicura e opaca dei paradisi fiscali.
Siamo di fronte alla distorsione definitiva del concetto di sviluppo. Non è più tollerabile che lo Stato scavalchi la tutela del proprio territorio, la sua vocazione naturale e la sua identità, per favorire la speculazione di capitali stranieri, arrivando persino a ipotizzare di foraggiarli con denaro pubblico. Le istituzioni, oggi più che mai, hanno il dovere morale e politico di chiarire da che parte stanno: se a difesa dell’ecosistema e dell’interesse collettivo, oppure se hanno scelto di piegarsi al ruolo di docili, silenti alleate della finanza d’assalto. Noi, per conto nostro, con la schiena dritta e la penna affilata, continueremo a illuminare queste immense zone d’ombra.








