Home Costume e Società Lucio Battisti fascista? La bufala che ha girato per anni

Lucio Battisti fascista? La bufala che ha girato per anni

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Se c’è una cosa che gli italiani amano più della pasta e del calcio, sono i misteri. E nella storia della nostra musica intrisa di leggende metropolitane, esiste un enigma molto discusso, sussurrato e litigato, parliamo di quello che aleggia sulla figura di Lucio Battisti.

Per decenni, generazioni di ascoltatori si sono divise. Da una parte chi cantava Acqua azzurra, acqua chiara in spiaggia; dall’altra chi analizzava i testi con la lente d’ingrandimento alla ricerca di messaggi subliminali neofascisti.

Ma come è nata la leggenda di Battisti camerata? E soprattutto c’è un fondo di verità o è stata la più grande fake news musicale del ‘900?

Lucio Battisti fascista? L’indizio n.1

Siamo negli anni ’70. L’Italia è una polveriera, sono gli anni di piombo. Se hai una chitarra in mano, devi schierarti. I cantautori impegnati (De Gregori, Guccini, Venditti) sventolano bandiere rosse e parlano di rivoluzione. E Battisti? Battisti tace. Non rilascia interviste, non va ai comizi, non parla di operai. Canta di amori finiti, di emozioni. In un’epoca in cui tutto trasudava politica, il suo silenzio diventa sospetto, puzza quasi di libro e moschetto. La logica distorta dell’epoca fu implacabile: “Se non dici di essere comunista, allora sei per forza fascista”. Fu questo il peccato originale di Lucio, voler essere solo un musicista in un mondo di militanti.

L’indizio n.2: le “braccia tese” e i codici segreti

Una volta etichettato come uomo di destra, la fantasia popolare iniziò a vedere fantasmi ovunque. I teorici del complotto trovarono le “prove” definitive in dettagli che oggi fanno sorridere: la copertina de Il mio canto libero, guardate bene la cover dell’album. Figure bianche su fondo bianco, braccia alzate verso il cielo. Per molti non c’erano dubbi: quello era un richiamo corale al saluto romano. I testi criptici, in la canzone del sole si parla di “mare nero”. In La collina dei ciliegi si cita il “planare sulle onde” (che alcuni leggevano come un riferimento ai piloti dannunziani). Persino il verso “i boschi di braccia tese” divenne una prova schiacciante, ignorando che Mogol parlava metaforicamente di alberi o disperazione, non di adunate oceaniche.

L’indizio n.3: i finanziamenti all’MSI

La leggenda più pesante arrivò però dai sussurri dei corridoi romani. Si diceva che Battisti finanziasse segretamente il Movimento Sociale Italiano o addirittura organizzazioni eversive di estrema destra. Una voce talmente insistente che, anni dopo, persino i servizi segreti (secondo alcune carte desecretate) pare avessero messo il cantautore sotto osservazione.

Era tutta fuffa!

Ma cosa c’è di vero? A smontare il mito, pezzo dopo pezzo, sono arrivati i fatti e le testimonianze dirette. Mogol (che di Battisti era l’alter ego) ha ripetuto fino alla nausea: “Lucio non era fascista. Lucio non era niente. Non gliene fregava nulla della politica, a volte non andava nemmeno a votare”. Il fotografo Cesare Montalbetti, autore della celebre copertina di Il mio canto libero, ha spiegato che quelle braccia non erano saluti romani, ma un riferimento alla libertà e alla natura, ispirati più alle tragedie greche che al Ventennio. Chi conosceva bene Battisti (notoriamente molto attento al portafogli, per usare un eufemismo) scoppia a ridere all’idea che lui finanziasse partiti. Bruno Lauzi disse ironicamente: “Lucio finanziare l’estrema destra? Ma figuriamoci, Lucio non avrebbe finanziato nemmeno la Croce Rossa! Era troppo tirchio”.

Perché ne parliamo ancora?

Se le prove sono così deboli, perché la leggenda resiste? Perché Lucio Battisti è stato un ribelle vero che rifiutò di aderire al pensiero unico della cultura di sinistra degli anni ’70, divenne involontariamente un idolo per i ragazzi di destra che cercavano una voce in cui riconoscersi. La destra se ne appropriò per orfanezza culturale, la sinistra lo respinse per rigidità ideologica.

E Lucio? Lui se ne fregava di entrambi, “guidando la sua auto a fari spenti nella notte”, interessato solo a una rivoluzione, quella delle emozioni.Lucio Battisti non era nero, né rosso. Era di tutti. E forse è proprio questo che, in un Paese di fazioni, non gli abbiamo mai perdonato fino in fondo.