Home Costume e Società Il mostro: dimenticatevi di Pacciani!

Il mostro: dimenticatevi di Pacciani!

0
il-mostro-netflix

Quando leggi “Stefano Sollima” e “Leonardo Fasoli” (la crasi perfetta dietro Gomorra e ZeroZeroZero) associati a “Il Mostro”, la mente corre subito a Firenze, al sangue, e alla caccia all’uomo. L’hype era alle stelle, ma anche la paura: la paura dell’ennesimo true crime sensazionalistico, dell’exploitation di una delle pagine più buie d’Italia.

Se cercate la soluzione facile, l’identikit del colpevole, la fiction che riempie i buchi della realtà, avete sbagliato porta. L’opera di Sollima e Fasoli non è sul Mostro di Firenze. È sul fallimento nel trovarlo.

Il vuoto al centro della scena

Sollima, da regista che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani con la materia oscura del reale (da ACAB a Sicario), compie una scelta registica tanto brutale quanto geniale: il Mostro non si vede.

Non c’è fascinazione per il killer, non c’è glorificazione della violenza. Gli omicidi accadono off-screen, o ci vengono mostrati nei loro effetti più gelidi e burocratici: il ritrovamento, le foto segnaletiche, il dolore composto (e poi disperato) dei parenti.

Il vero protagonista della serie è il vuoto. Il vuoto lasciato dalle vittime, certo, ma soprattutto il vuoto investigativo.

Il Mostro è l’anatomia di un depistaggio. È la storia di come un paese, l’Italia degli anni ’70 e ’80 – impantanata nel terrorismo, nella P2, nella corruzione sistemica e in un maschilismo giudiziario imbarazzante – non potesse strutturalmente catturare un fantasma.

La regia di Sollima: sottile come un bisturi

Se Fasoli e il team di scrittura costruiscono un impianto narrativo denso, complesso, quasi labirintico (che richiede attenzione massima allo spettatore), Sollima lo dirige con una mano ferma, glaciale.

La sua messa in scena è rigorosa. La Firenze che vediamo non è quella da cartolina; è umida, notturna, fatta di uffici della SAM (Squadra Anti Mostro) pieni di fumo, di macchine da scrivere rumorose e di uomini stanchi, frustrati. Sollima usa la tensione non per spaventarci col “babau”, ma per farci sentire il peso dell’impotenza. La fotografia desaturata, i movimenti di macchina lenti e ponderati, l’uso del sonoro (spesso solo rumori d’ambiente e sospiri): tutto concorre a creare un’atmosfera opprimente.

È un’opera che, per certi versi, ricorda più lo Zodiac di Fincher che qualsiasi altro true crime italiano. L’attenzione è sul processo, sull’ossessione, sulla carta bollata, sul tempo che passa e corrode tutto, tranne il dubbio.

Il fallimento come romanzo criminale

Quello che Il Mostro ci sbatte in faccia è la pochezza. La pochezza dei mezzi, certo, ma soprattutto la pochezza umana.

Vediamo investigatori accecati dal pregiudizio (la pista sarda, i “guardoni”), magistrati in cerca di gloria personale, giornalisti avvoltoi e una società incapace di processare una violenza così metodica e (apparentemente) immotivata.

La serie è un atto d’accusa potentissimo non verso un singolo individuo, ma verso un’intera classe dirigente e un intero modo di pensare. Il Mostro ha potuto agire indisturbato non perché fosse un genio del male, ma perché chi doveva prenderlo era incompetente, distratto o, peggio, in malafede.

Siamo chiari: “Il Mostro” non è una visione facile È una serie densa, pesante, che chiede di essere metabolizzata. E lo è volutamente. Viviamo la stessa frustrazione degli investigatori onesti (pochi) che vedono le piste giuste morire per burocrazia o vanità. È cinema d’autore, un’opera cupa, senza compromessi, che rifiuta la spettacolarizzazione del dolore per abbracciare l’analisi critica.

Per no chi cerca la verità nel reale, Il Mostro è, senza mezzi termini, un capolavoro. È la dimostrazione che il genere true crime può essere usato non per solleticare la morbosità del pubblico, ma per fare un’autopsia spietata alla società che quel crimine lo ha permesso.

Sollima e Fasoli hanno preso la pagina più nera della cronaca italiana e, invece di colorarla, l’hanno illuminata con una luce fredda, rivelandone tutte le crepe, le macchie e l’orrore del vuoto.

Spero che questa analisi vi sia stata utile. E voi? L’avete vista? Cosa ne pensate di questa scelta narrativa così radicale?