E’ un confine sottile, quasi invisibile a occhio nudo ma insormontabile nella sostanza, tra il sacrosanto diritto di proteggere una comunità dall’odio e il rischio, drammatico, di scivolare nella censura preventiva. Oggi, questo confine in Italia ha un nome preciso, ed è incapsulato nel dibattito attorno al DDL antisemitismo.
Procediamo con ordine, perché la materia è incandescente. Combattere l’antisemitismo non è solo un dovere civico, è un imperativo morale, storico e culturale. Su questo non possono e non devono esistere ambiguità di sorta. Tuttavia, quando il diritto penale entra nel terreno scivoloso delle definizioni allargate e della semantica, la politica rischia di partorire un mostro giuridico.
Il nodo centrale di questi tentativi normativi ruota quasi sempre attorno alla sovrapposizione tra l’odio razziale verso il popolo ebraico e la legittima critica politica alle azioni dello Stato di Israele. E qui, la penna del legislatore sembra tremare, lasciando spazio a un’interpretazione che potrebbe trasformare il dissenso politico in un reato d’opinione.
Quando la tutela si trasforma in bavaglio
Il nostro ordinamento giuridico non è affatto sguarnito di fronte ai reati d’odio, anzi. Esiste la Legge Mancino, uno strumento robusto, collaudato e severo, che punisce chiunque istighi alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Introdurre una normativa ad hoc, cucita su definizioni internazionali spesso prive di cogenza giuridica e con maglie interpretative larghissime, non aggiunge reale forza repressiva contro i veri razzisti. Crea, piuttosto, un pericoloso precedente.
Se una legge arriva, anche solo implicitamente, a confondere l’antisionismo o la severa condanna delle scelte militari di un governo con l’antisemitismo, il risultato non è la sconfitta dell’odio. Il risultato è l’ammutinamento del dibattito pubblico. Si innesca un cortocircuito logico e giuridico in cui il giornalismo d’inchiesta, l’accademia, gli studenti e la semplice piazza vengono silenziati preventivamente, paralizzati dal timore di una denuncia penale o dalla gogna mediatica.
L’inevitabile scontro con la Costituzione
L’articolo 21 non è un gentile suggerimento dei padri costituenti, ma la pietra angolare su cui si regge l’intera architettura della nostra Repubblica.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
Normative che tendono a criminalizzare la critica politica rischiano di schiantarsi esattamente contro questo pilastro. Nel momento in cui si vieta, di fatto, la possibilità di analizzare, sviscerare o condannare le politiche di uno Stato sovrano per paura di essere etichettati con la più infamante delle accuse, stiamo abdicando al nostro ruolo di cittadini pensanti. La democrazia si nutre del conflitto delle idee, anche quelle più aspre, scomode e urticanti. Se blindiamo la critica geopolitica dietro lo scudo inscalfibile dell’accusa di razzismo, svuotiamo il senso stesso del pluralismo.
Il rischio di una democrazia a parole limitate
Il diritto non tollera le ambiguità, e la libertà di espressione non ammette eccezioni costruite sull’emotività del momento. Non possiamo permettere che la lotta, indispensabile e giustissima, contro i rigurgiti fascisti e antisemiti venga strumentalizzata per creare, di soppiatto, un reato di lesa maestà. Il legislatore deve usare il bisturi dell’intelletto, non l’accetta della propaganda.
Le leggi per condannare chi odia e discrimina esistono già, e vanno applicate con inflessibilità e rigore. Ma aggiungere sovrastrutture ideologiche al codice penale significa avvelenare il pozzo dell’opinione pubblica, restringendo il perimetro di ciò che è dicibile. Oggi la verità è già costantemente messa sotto assedio dalle fazioni e dalle tifoserie, il giornalismo e la società civile hanno bisogno di aria pulita, di parole precise e del diritto inalienabile di chiamare le cose con il loro nome.
Impedirlo per legge, nascondendosi dietro l’ipocrisia di una tutela assoluta, è un lusso che una democrazia matura non può, per nessun motivo, concedersi.



