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Social: potrebbe scattare il divieto fino ai 13 anni

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Foto di Marie da Pixabay

Abbiamo messo il mondo nelle mani dei nostri figli, racchiudendolo in un rettangolo di vetro illuminato, sperando che fosse solo un gioco. Oggi, quello stesso schermo è diventato un’estensione della loro identità, un luogo dove socializzano, imparano e, troppo spesso, si perdono. La politica europea, dopo un lungo sonno dogmatico, si è finalmente svegliata. Non si tratta più di colpevolizzare il genitore distratto o l’adolescente vulnerabile: il tema della sicurezza digitale dei minori ha smesso di essere un sussurro nei corridoi di Bruxelles per trasformarsi in un grido di battaglia contro le architetture manipolatorie del web.

Il design della dipendenza e le colpe di chi programma

Per anni ci hanno raccontato che il problema fosse il tempo trascorso online, quasi fosse una mera questione di scarsa forza di volontà. La verità, che un giornalismo serio ha il dovere di scandagliare, è molto più complessa e inquietante. Le piattaforme non sono neutre. Sono ecosistemi progettati scientificamente per sequestrare la nostra attenzione. Lo scorrimento infinito, l’incessante riproduzione automatica dei video e la pioggia di notifiche push non sono difetti di fabbrica, ma precise scelte ingegneristiche volte a massimizzare il profitto attraverso il coinvolgimento prolungato.

Non è un caso che nel 2026 le istituzioni europee abbiano rotto gli indugi. Prima a febbraio, mettendo all’angolo TikTok, e poi a luglio, contestando a Meta il funzionamento tossico di Instagram e Facebook. L’accusa è chiara: questi design incoraggiano un uso compulsivo. Ma non c’è solo l’alienazione. Il cyberbullismo prolunga la crudeltà del cortile scolastico fino alle mura domestiche, ventiquattr’ore su ventiquattro. Un’immagine rubata, un frammento di vita condiviso con ingenuità, sfugge per sempre al controllo di chi lo ha generato, trasformando la rete in un archivio spietato.

La rivoluzione di settembre: i nuovi divieti per fasce d’età

È in questo scenario asfissiante che il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato la proposta dell’EU KIDS Act. Non si tratta di un banale aggiornamento normativo, ma di un cambio di paradigma culturale. L’obiettivo primario è innalzare la sicurezza digitale dei minori a requisito strutturale, imponendo che la tutela sia garantita by design, ovvero fin dalle fondamenta del codice sorgente.

L’approccio scelto da Bruxelles è chirurgico e graduale, scardinando il mito del liberi tutti. L’Europa traccia linee rosse invalicabili: l’accesso ai social network sarà totalmente interdetto ai bambini sotto i tredici anni. Per la fascia d’età compresa tra i tredici e i quindici anni, il legislatore immagina un sistema di mini-account, recinti digitali supervisionati dai genitori, privi delle funzionalità più aggressive e limitati nel tempo di utilizzo. Solo al compimento del quindicesimo anno i ragazzi potranno sbarcare sulla rete con profili autonomi, i quali dovranno comunque sottostare a rigorosi standard di protezione.

Non solo social: l’insidia dei bot e il nodo dell’età

Tuttavia, fermarsi ai social network sarebbe un errore di miopia politica. Il KIDS Act allarga il suo scudo ai videogiochi online e, soprattutto, alla nuova frontiera dell’intelligenza artificiale. Pensiamo ai chatbot, entità sintetiche con cui un adolescente potrebbe sviluppare un legame emotivo del tutto inappropriato. È un terreno inesplorato, dove la sicurezza digitale dei minori deve misurarsi con macchine programmate per simulare empatia e adattare le risposte in tempo reale.

Resta però il nodo gordiano: come si verifica l’età di un utente senza schedarlo? L’Europa sa che non basta chiedere quando sei nato per fermare un dodicenne smaliziato. Per questo motivo, sta implementando sofisticati sistemi di age assurance, soluzioni tecnologiche in grado di certificare il superamento di una soglia anagrafica preservando l’anonimato e la privacy, senza regalare ulteriori dati preziosi alle multinazionali del tech.

Il rovesciamento delle responsabilità

Il capolavoro politico del nuovo regolamento risiede nella sua ultima, dirompente novità: l’inversione dell’onere della prova. Fino a ieri, spettava alla famiglia o al legislatore dimostrare che una funzione fosse dannosa. Domani, saranno i colossi di internet a dover dimostrare, dati alla mano, che i loro algoritmi sono sicuri prima di immetterli sul mercato.

Questa è la vera risposta al dilemma che tormenta i sociologi: quanto deve fare la famiglia e quanto la piattaforma? I genitori resteranno sempre il faro educativo insostituibile, ma non possono combattere a mani nude contro intelligenze artificiali addestrate per generare dipendenza. Con l’EU KIDS Act, la sicurezza digitale dei minori smette di essere un onere esclusivo delle madri e dei padri, per diventare un vincolo non negoziabile per chiunque voglia fare affari nel Vecchio Continente. Perché la verità è che non esiste profitto che valga l’infanzia di una generazione.