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La profezia scomoda di Oriana Fallaci: cosa resta delle sue tesi nell’Italia di oggi

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Ci sono scrittori che interpellano il proprio tempo e altri che, piaccia o meno, sembrano aver scritto per il futuro. Quando Oriana Fallaci pubblicò la sua celebre trilogia, l’Europa si trovava stordita dalle macerie fumanti delle Torri Gemelle. La sua non era una riflessione accademica, felpata, diplomatica; era un fiume in piena di fiele e amore disperato per la civiltà occidentale. A distanza di anni, la domanda non è più se la Fallaci avesse ragione o torto nella sua interezza, ma quanto di quel saggio profetico stia trovando una spaventosa corrispondenza nella realtà quotidiana della nostra penisola.

L’Italia di oggi, stretta tra culle vuote, sbarchi incessanti e una profonda crisi d’identità culturale, si ritrova a fare i conti con i fantasmi che la scrittrice fiorentina aveva evocato.

I nodi che vengono al pettine: la crisi dell’identità e il miraggio dell’integrazione

Il punto più lucido e veritiero della dottrina fallaciana risiede nella denuncia della debolezza culturale dell’Occidente. Fallaci aveva intuito che una civiltà incapace di amare sé stessa, costantemente prona nel chiedere scusa per la propria storia, non avrebbe avuto la forza intellettuale per integrare chi arrivava da fuori. Ed è esattamente ciò che osserviamo oggi in Italia. Assistiamo a un paradosso sociologico, da un lato chiediamo l’assimilazione, dall’altro svuotiamo di significato i nostri stessi simboli istituzionali e laici per non offendere l’altro, finendo per non offrire alcun modello forte a cui aderire.

Un altro elemento drammaticamente attuale è la nascita delle cosiddette società parallele. Quello che vent’anni fa poteva sembrare un timore esagerato, oggi è visibile in alcuni quartieri delle grandi metropoli del Nord Italia o in specifiche realtà di provincia. La cronaca ci racconta sempre più spesso di scuole dove la gestione del multiculturalismo si scontra con il rifiuto di valori fondamentali della nostra Repubblica, come la parità di genere o la preminenza della legge dello Stato sui precetti religiosi. Fallaci scriveva che l’integrazione è un dovere di chi arriva, non di chi ospita, un principio che la politologia moderna traduce nella necessità di un patriottismo costituzionale rigido, senza il quale il multiculturalismo scivola inevitabilmente nella frammentazione sociale.

Oltre il muro del massimalismo: la critica alle esagerazioni fallaciane

Se la diagnosi della Fallaci sulla fragilità dell’Europa era corretta, la sua prognosi soffriva di un massimalismo che la realtà odierna smentisce o quantomeno sfuma. La tesi di Eurabia, ovvero il disegno consapevole e monolitico di una conquista demografica e culturale dell’Europa da parte del mondo islamico, appare oggi come una semplificazione eccessiva.

Il mondo della migrazione che vive in Italia è tutt’altro che compatto. È un universo frammentato, composto da nazionalità, culture e persino interpretazioni della fede profondamente diverse, spesso in conflitto tra loro. L‘errore della Fallaci fu quello di considerare l’Islam come un blocco geopolitico unico e totalizzante, ignorando le spinte alla secolarizzazione che colpiscono anche i giovani di seconda generazione. Molti ragazzi di origine straniera nelle nostre scuole non cercano la teocrazia, ma cercano un lavoro, il riconoscimento sociale e il benessere occidentale. La sfida italiana non è un assedio militare alle mura della città, ma una complessa trattativa quotidiana tra i diritti civili conquistati a fatica e la libertà di culto.

La cecità dell’occidente e il bisogno di una sintesi

Non si può comprendere l’Italia contemporanea senza riconoscere il grande merito storico di Oriana Fallaci: l’aver squarciato il velo del politicamente corretto. La scrittrice ha costretto le classi dirigenti a guardare in faccia il legame indissolubile tra demografia, cultura e tenuta delle istituzioni democratiche. L’Italia soffre oggi di un inverno demografico senza precedenti; la necessità di manodopera straniera è un dato economico inoppugnabile, ma l’illusione che l’immigrazione sia un fenomeno puramente economico, privo di impatti antropologici, è la vera colpa di chi ha governato negli ultimi decenni.

Cosa resta dunque di quell’ira funesta? Resta l’avvertimento che la tolleranza non può diventare cecità e che la democrazia ha il diritto, e persino il dovere, di difendere i propri confini valoriali. L’errore più grave che l’Italia potrebbe commettere oggi sarebbe quello di liquidare le parole della Fallaci come semplice intolleranza, ignorando i problemi strutturali che aveva sollevato. La risposta alle sfide del nostro tempo non sta nell’odio speculare, ma in quella fermezza colta e repubblicana che la scrittrice invocava, spesso inascoltata, tra le righe del suo doloroso testamento politico.