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Vasco, Boncompagni e quell’amara illusione nella canzone “Delusa”

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Foto da nonelarai.it

C’è stato un momento preciso, nei primi anni Novanta, in cui l’Italia ha perso l’innocenza televisiva, convinta di aver trovato il nuovo ombelico del mondo nel cortile Mediaset pieno di ragazzine in playback. In quel caos di lacca, zainetti e sorrisi a comando, si inserì la lama affilata del nostro Vasco Nazionale

Non fu un complimento. Non fu una carezza. Fu “Delusa”, un pezzo che ancora oggi scotta come l’asfalto d’agosto e che racconta molto più di quanto la sua melodia scanzonata lasciasse intendere. Come si dice… ai posteri l’ardua sentenza!

Quel lupo di Boncompagni e lo specchio della TV

Uscita nel 1993 all’interno dell’album Gli spari sopra, “Delusa” fu un proiettile puntato dritto contro il fenomeno di Non è la Rai. Vasco, con la sua laurea honoris causa in vita vissuta lo sa bene: la televisione di quegli anni non stava solo intrattenendo, stava plasmando una nuova antropologia del desiderio e dell’ambizione.

Il testo è un dialogo (o forse un monito) rivolto a una di quelle ragazze. Il “Lupo” menzionato nel brano non è una figura fiabesca, ma un riferimento neanche troppo velato a Gianni Boncompagni, il burattinaio dietro le quinte che sussurrava nelle cuffie delle adolescenti, guidandone mosse e battute. Vasco coglie l’ipocrisia di un sistema che prometteva il successo in cambio di una finta spontaneità, lasciando presagire che, una volta spenti i riflettori, il vuoto sarebbe stato l’unico compagno di viaggio.

La reazione del “microfono spento”

La cosa affascinante, in termini di comunicazione, fu la risposta del guru dell’intrattenimento. Boncompagni, genio della provocazione almeno quanto il Blasco, non si offese. Al contrario, cavalcò l’onda. Fece cantare la canzone proprio alle sue ragazze, trasformando un atto di accusa in un inno pop. Fu un’operazione di marketing magistrale che, paradossalmente, confermò la tesi di Vasco per la quale tutto veniva triturato, digerito e restituito come intrattenimento innocuo, svuotando la critica del suo peso politico.

Ma Vasco non parlava solo di televisione. Parlava di una generazione che si stava convincendo che apparire fosse l’unico modo per esistere. “Sei tu che sei delusa, o sono io che me lo sono inventato?” si chiede il rocker di Zocca. In quella domanda c’è lo scacco matto alla società dello spettacolo, la confusione tra il desiderio reale e quello indotto dai media.

Ma perché “Delusa” è ancora attuale?

Riascoltare oggi questo brano significa fare i conti con l’antenato dei moderni social media. Le “ragazze di Non è la Rai” erano le influencer ante litteram, prigioniere di uno schermo che le voleva perfette, allegre e bidimensionali. La “delusione” di cui canta Vasco è quella di chi scopre che il gioco è truccato, che il lupo non vuole portarti nel bosco delle meraviglie, ma solo usarti per fare audience.

Il pezzo di Vasco era un editoriale trasposto in musica, una critica sociale mascherata da pezzo rock che metteva a nudo la fragilità di un sogno costruito sul nulla. E come ogni pezzo di giornalismo d’inchiesta fatto bene, non cercava di dare soluzioni, ma di sbatterti in faccia la verità, anche se faceva male.