Ci siamo passati tutti. È un martedì mattina qualunque, sei seduto sul trono o in fila alle poste, apri Instagram per distrarti un attimo e bam: eccola lì. La foto del conoscente a bordo piscina a Dubai, il volante con il logo in bella vista, lo scontrino della cena stellata che costa quanto il tuo affitto. La reazione immediata non è l’ammirazione e nemmeno la semplice invidia. È un fastidio sottile, viscerale, un misto di irritazione e giudizio morale.
Mi sono chiesto spesso cosa scatti nel nostro cervello in quel preciso istante. Perché, nonostante la nostra società veneri il successo economico, detestiamo così tanto l’abitudine di ostentare ricchezza sui social? La risposta è complessa e riguarda la nostra natura di animali politici, ma risiede anche in un colossale equivoco comunicativo.
Il senso di ingiustizia percepita
Per capire questo fenomeno dobbiamo rispolverare un concetto caro alle scienze politiche, ossia la privazione relativa. Non giudichiamo mai la nostra condizione in termini assoluti, ma sempre in comparazione con il contesto che ci circonda. Se un tempo il confronto avveniva col vicino di casa, oggi il vicinato è digitale e globale. Quando vediamo qualcuno ostentare ricchezza sui social in modo sfacciato, il confronto scatta in automatico verso l’alto, generando un senso di ingiustizia percepita.
Non è solo questione di soldi, è una questione di tatto. La narrazione del lusso sfrenato rompe un patto sociale implicito fatto di discrezione ed empatia. Chi urla il proprio privilegio attraverso uno schermo ci fa sentire improvvisamente inadeguati non perché abbiamo meno di ieri, ma perché sta stabilendo una gerarchia visiva: io sono sopra, voi siete sotto, volendo edulcorare il Marchese Del Grillo. E la reazione naturale a chi cerca di dominarci è l’antipatia immediata.
La moneta più preziosa è la connessione emotiva
C’è poi un problema puramente strategico. Nell’era digitale, la moneta più preziosa è la connessione emotiva, non il conto in banca. Chi sceglie di ostentare ricchezza sui social dimentica la regola aurea della comunicazione moderna, la vulnerabilità crea legami, la perfezione crea distanza.
Pensate all’odioso fenomeno dell’humblebragging, la falsa modestia di chi si lamenta che è così stressante scegliere il colore della nuova supercar. È un insulto alla nostra intelligenza. Questo atteggiamento fallisce perché manca di autenticità.
Il pubblico non è scemo e percepisce quella foto non come una condivisione di gioia, ma come una disperata richiesta di validazione. Invece di ispirarci, questi contenuti erigono un muro invalicabile tra il creatore e la sua audience, trasformando i follower in spettatori passivi (e spesso risentiti) di uno show a cui non sono stati invitati.
Cosa nasconde il bisogno di mostrare
Se analizziamo la questione con le lenti della sociologia, emerge una verità che potrebbe quasi farci provare tenerezza per questi ostentatori seriali. Spesso, il bisogno compulsivo di mostrare loghi e lusso è sintomo di una profonda insicurezza identitaria o di uno status acquisito di recente e non ancora metabolizzato.
La vera ricchezza, quella consolidata storicamente (il cosiddetto old money), tende al silenzio, al quiet luxury, alla discrezione. Al contrario, la necessità di continuare a ostentare ricchezza sui social è tipica di chi ha bisogno di conferme esterne per credere nel proprio valore. È come se il possesso dell’oggetto non fosse reale finché non viene visto, invidiato e laikato da qualcun altro.
La prossima volta che quel fastidio vi assalirà scorrendo il feed, ricordate che non state guardando il successo, state guardando una solitudine dorata che cerca compagnia nel modo più sbagliato possibile.



