Dove c’è amore c’è famiglia. Ma solo se omologata? Ci riempiamo la bocca, da anni, con questo ritornello! Lo usiamo per difendere unioni di ogni tipo, per superare pregiudizi, per affermare che il legame affettivo è l’unica cosa che conta.
E allora perché, di fronte alla storia di Catherine, Nathan e dei loro tre figli a Palmoli, in provincia di Chieti, questo refrain improvvisamente scompare? Perché questa famiglia, unita e piena d’amore, ora rischia di essere distrutta dalla Procura e dai servizi sociali?
La loro storia è emersa per un banale incidente (un’intossicazione da funghi) che ha acceso i riflettori sul loro “crimine”: vivere! Vivere come i nostri nonni. Vivere secondo scelta, non secondo contratto.
La famiglia di Palmoli che vive nella natura: il reato di non conformarsi
Analizziamo i capi d’accusa non detti. La coppia anglosassone, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, ha scelto di comprare un casolare nei boschi del Vastese e di rifiutare il nostro modello di vita.
La famiglia di Palmoli non si è voluta omologare al nostro sistema di dis/valori, di alienazione e consumo.
Cosa contestano le autorità? L’ambiente a loro avviso fatiscente, come se un ambiente rurale fosse fatiscente di default. L’assenza di servizi essenziali. Ma cosa significa? Significa che prendono l’acqua dal pozzo invece che dalla conduttura comunale? Che si scaldano con la legna che raccolgono, invece di pagare bollette esorbitanti per il gas? Che usano pannelli solari per l’elettricità, invece di avere un contratto con di fornitura sul mercato libero?
Come sono belli nella loro semplicità, uniti. Si vogliono bene, si prendono cura dei loro figli e li amano. Passano con loro la maggior parte del tempo. Non sono abbandonati su dei tablet per far stare tranquilli i genitori. Li educano (con l’“un-schooling“, un metodo didattico preciso, non con l’abbandono) al contatto con la natura, alla vita reale.
Li educano a essere liberi. Ed è forse questa la colpa più grave!
La violenza di una società che si sente rifiutata
Qui non si tratta di tutelare i bambini. Se così fosse, i servizi sociali dovrebbero entrare in migliaia di appartamenti “civili” dove regnano solitudine, violenza psicologica e alienazione digitale.
Qui si tratta di altro. Sono domande che dobbiamo farci, perché così tanta acredine e violenza non si spiegano.
Il fatto che questa famiglia voglia essere libera dai condizionamenti e dagli indottrinamenti a/morali del nostro Stato, fa così paura alla società?
La nostra società si sente forse umiliata da chi la rifiuta, tanto da sentirsi in dovere di cancellarli?
La reazione delle istituzioni non è di tutela, è di punizione. È la reazione rabbiosa di un sistema che non tollera di essere messo in discussione. Non tollera che qualcuno dimostri, con i fatti, che si può vivere diversamente. Che si può vivere con meno, ma meglio.
Se la vita è amore e contatto con la natura, mi chiedo cosa stiano sbagliando loro. E cosa, invece, stiamo sbagliando noi!
La Procura per i minorenni de L’Aquila vuole togliere i figli a una madre e a un padre che li amano, per salvarli. Salvarli da cosa? Dall’amore? Dall’aria pulita? Dall’imparare a essere autosufficienti?
Questa storia non è un caso di cronaca. È un bivio morale.
È la dimostrazione che il nostro sistema non teme chi delinque, ma teme chi se ne va. Teme chi crea un’alternativa.
Di fronte alla minaccia che i carabinieri vengano inviati in quel bosco per strappare i figli ai loro genitori, inorridisco! Perché se lo Stato usa la sua forza per distruggere una famiglia unita, solo perché non omologata! Difendere questa gente è un atto di civiltà! Quella vera!








