I numeri, a volte, sono più di semplici statistiche. Diventano indicatori di una trasformazione strutturale, silenziosa ma inarrestabile. Il nuovo comunicato ISTAT sulla popolazione centenaria al 1° gennaio 2025 non è solo una curiosità demografica; è un documento di programmazione economica che non abbiamo ancora scritto.
I dati grezzi sono impressionanti: l’Italia conta 23.548 residenti con 100 o più anni. Si tratta di oltre 2.000 persone in più rispetto all’anno precedente. Un balzo. Ma se allarghiamo l’orizzonte temporale, il dato diventa quasi vertiginoso: un aumento del 130% rispetto al 2009, un boom di centenari tutto italiano.
Radiografia di un record: i numeri chiave
Analizziamo prima il “cosa”. I dati ISTAT ci indicano i seguenti dati:
- Il totale: 23.548 centenari.
- Il gap di genere: la longevità è prevalentemente femmina. L’83% dei centenari (e quasi il 91% degli over 105) è donna.
- L’élite dei semi-supercentenari (105+ anni): sono 724, in netto aumento rispetto ai 654 dell’anno prima.
- I supercentenari (110+ anni): un club esclusivissimo di 19 persone (di cui un solo uomo).
La crescita è stata rallentata solo temporaneamente dall’ingresso nelle fasce d’età più elevate delle coorti nate durante la Prima Guerra Mondiale (un “buco” demografico prevedibile). Ma la tendenza di fondo è chiara: la probabilità di raggiungere età estreme è più che raddoppiata in 15 anni.
Oltre la statistica: le implicazioni per welfare e società
Ecco dove i numeri incontrano la politica economica. Una popolazione che vive così a lungo non impatta solo il bilancio dell’INPS, ma l’intero paradigma del nostro sistema di assistenza.
La Sostenibilità del Sistema Sanitario (SSN) e del Long-Term Care (LTC)
Questi 23.548 cittadini (e le coorti che li seguiranno) non sono solo “anziani”; rappresentano l’estrema frontiera della cura. La sfida non è solo la spesa pensionistica, ma la spesa sanitaria e assistenziale. La vera domanda è: chi si prende cura di loro? L’ISTAT ci offre un indizio cruciale: la stragrande maggioranza (89% tra 100-104 anni e un incredibile 91% dei supercentenari) vive in famiglia.
Significa che il nostro sistema di welfare si regge ancora sul pilastro famiglia. Un risparmio enorme per lo Stato (meno istituzionalizzazioni), ma un costo immenso (in termini di tempo, stress e mancata produttività) per le famiglie, in particolare per le donne, che rimangono le principali caregiver.
Il Gender Imbalance della longevità
Il dato sullo stato civile degli over 105 è illuminante: solo l’1% delle donne è coniugata, contro il 14% degli uomini.
Tradotto dall’arido linguaggio statistico, gli uomini che raggiungono questa età, molto più raramente, hanno spesso ancora una moglie (più giovane o coetanea) che si prende cura di loro. Le donne, al contrario, sono quasi tutte vedove. Hanno speso parte della loro vita ad accudire e, ora, sono loro a necessitare di assistenza, che ricade (di nuovo) su altre donne (figlie o banti). Un tema di gender economy puro.
Ma il dato più rivoluzionario, quello che dovrebbe far saltare sulla sedia ogni attuario e ogni compagnia di assicurazione, è nascosto verso la fine del report. L’ISTAT lo chiama “sostanziale tenuta del rischio di morte“. Io lo chiamo un cambio di paradigma. Ci aspettiamo che il rischio di morire aumenti esponenzialmente con l’età. Ed è così fino ai 95-100 anni. Ma i dati sui semi-supercentenari (2009-2024) mostrano una realtà diversa, ossia, una volta superata la soglia dei 105 anni, il rischio di morte smette di accelerare. Si stabilizza.
L’ISTAT calcola una probabilità di morte a 105 anni del 48%. Fino ai 112 anni, questa probabilità non supera mai il 60%. In pratica, dopo i 105 anni, è quasi come lanciare una moneta. Questo fenomeno, noto in demografia come “mortality plateau”, ha implicazioni economiche colossali.
Significa che abbiamo selezionato una coorte di individui biologicamente (o socialmente) “protetti”. Significa che i modelli attuariali su cui si basano fondi pensione e assicurazioni sulla vita, che prevedono un rischio crescente all’infinito, sono semplicemente sbagliati per questa fascia di popolazione. Stiamo sottovalutando la spesa futura perché i nostri modelli non concepiscono una decelerazione del rischio di morte.
La geografia della longevità: tra Liguria e la Blue Zone Sarda
Infine, la geografia. Se in termini assoluti vince la Lombardia, in termini relativi la Liguria si conferma la regione (strutturalmente) più anziana, con 59,4 centenari ogni 100.000 abitanti. Ma la vera anomalia, che conferma studi internazionali, è la Sardegna. Le province di Nuoro e Oristano (parte della famosa “Blue Zone” mondiale) mostrano concentrazioni altissime, testimoniando che la longevità estrema non è solo un fatto di ricchezza o sanità avanzata, ma un mix di genetica, ambiente e stile di vita.
Stiamo costruendo una società di “sopravvissuti” eccezionali usando regole (economiche, sociali e attuariali) pensate per un mondo che non esiste più. Il boom dei centenari è un trionfo della qualità della vita, ma è anche il nostro più grande “stress test” fiscale e sociale. L’analisi del “plateau di mortalità” ci dice che non possiamo più fare proiezioni lineari. Dobbiamo ripensare l’assistenza, la sostenibilità del welfare e il ruolo della famiglia. E dobbiamo farlo ora, prima che questa marea diventi uno tsunami.








