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Operazione Blue Moon: l’eroina come anestetico sociale negli anni di piombo

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Le piazze degli anni '70 prima dell'arrivo dell'eroina. Fonte: Rai Cultura

Negli anni ’70, l’Italia era un Paese in ebollizione. Le piazze erano piene, le università occupate, le fabbriche in sciopero. I movimenti giovanili e la sinistra extraparlamentare chiedevano un cambiamento radicale. Poi, improvvisamente, le piazze si svuotarono. Non fu solo la repressione poliziesca o il terrorismo a spegnere il dissenso, fu l’eroina. Un’epidemia arrivata apparentemente dal nulla, ma che secondo molte inchieste e testimonianze portava un nome in codice preciso: Operazione Blue Moon.

Cos’è l’Operazione Blue Moon?

L’Operazione Blue Moon (Luna Blu) è il nome attribuito a un presunto piano di guerra psicologica e non convenzionale orchestrato dalla CIA in combutta con i servizi segreti italiani deviati (come il SID). L’obiettivo? Inondare di eroina a basso costo gli ambienti della contestazione giovanile e della sinistra extraparlamentare.

Fino alla fine degli anni ’60, l’eroina in Italia era praticamente sconosciuta. Si consumavano anfetamine e marijuana. Tra il 1973 e il 1975, il mercato viene inondato da fiumi di “brown sugar”. L’eroina viene venduta a prezzi stracciati, spesso persino regalata fuori dai licei e dalle università. Lo scopo era trasformare una generazione di attivisti politici, potenzialmente pericolosi per l’ordine costituito e per l’appartenenza dell’Italia al Blocco Occidentale, in una massa di tossicodipendenti inoffensivi e disperati. L’eroina divenne un vero e proprio dispositivo biopolitico, un anestetico sociale usato per sedare la ribellione.

Tra complotto e verità giudiziaria

Parlare di Operazione Blue Moon significa muoversi su un crinale sottilissimo tra la cospirazione e la verità storica. Non esiste (o non è mai stato desecretato) un documento con il timbro ufficiale della CIA che ordini di “drogare i giovani italiani”. Tuttavia, le evidenze processuali raccontano una storia inquietante.

Le indagini del Giudice Istruttore Guido Salvini sulle stragi e sull’eversione di destra (e le relative relazioni del ROS dei Carabinieri del 1996) hanno portato alla luce dichiarazioni esplosive. Tra queste, quelle di Roberto Cavallaro, ex ordinovista e collaboratore dei servizi, che rivelò ai magistrati l’esistenza dell’Operazione Blue Moon. Cavallaro raccontò di un addestramento ricevuto in Francia in cui ex ufficiali dell’OAS e agenti atlantici spiegavano come la diffusione di stupefacenti fosse una tattica destabilizzante mirata.

L’eroina non arrivò per caso. Venne introdotta sistematicamente sfruttando i canali dell’estrema destra eugversiva e le piazze di spaccio gestite dalla criminalità organizzata, con la totale cecità (se non la complicità) di chi avrebbe dovuto indagare.

L’alleanza con le mafie: la ascita del narco-capitalismo

Qui entra in gioco il mio campo d’indagine. L’Operazione Blue Moon non avrebbe mai potuto funzionare senza l’infrastruttura militare e logistica di Cosa Nostra, della Camorra e della ‘Ndrangheta.

Lo Stato (o una parte di esso) aveva bisogno di distribuire la droga capillarmente per neutralizzare i giovani; le mafie avevano bisogno di nuovi mercati enormemente redditizi. Si creò così una convergenza di interessi spaventosa. I cartelli mafiosi siciliani, che fino ad allora trafficavano eroina verso gli Stati Uniti (la celebre Pizza Connection), iniziarono a raffinare e vendere anche sul mercato interno.

È in questo esatto momento storico che le mafie italiane fanno il vero salto di qualità. I profitti incalcolabili generati dai morti per overdose nelle piazze italiane degli anni ’70 e ’80 sono diventati il capitale di partenza per le infiltrazioni nell’economia legale. Il narco-capitalismo moderno, quello che oggi compra interi quartieri a Milano o a Londra, è stato finanziato dal sangue e dalle siringhe di quella generazione sacrificata.

Analizzare criticamente l’Operazione Blue Moon significa rifiutare la narrazione comoda secondo cui “i giovani si drogavano perché erano deboli”. Significa capire che il narcotraffico non è mai solo un problema criminale, ma è sempre, profondamente, un problema politico.

Che ci fosse una regia occulta in una stanza dei bottoni a Langley (sede della CIA), o che si sia trattato “solo” di una cinica alleanza opportunistica tra mafie e apparati dello Stato che decisero di voltare la testa dall’altra parte, il risultato non cambia. L’eroina è stata usata come arma non convenzionale di distruzione di massa. Hanno ucciso il dissenso, e nel farlo, hanno consegnato le chiavi dell’economia del Paese alle organizzazioni criminali.