Home Attualità L’Italia che non vota: i veri dati e le percentuali del crollo...

L’Italia che non vota: i veri dati e le percentuali del crollo democratico

0
astensionismo-crollo-democratico

Non è più una semplice disaffezione temporanea, ma un vero e proprio divorzio di massa. Quando la politica non rispetta il patto sociale ed è distante dalla realtà, il cittadino reagisce con l’unica arma che sente di avere ancora a disposizione, l’astensionismo. Si gira dall’altra parte, chiude la porta e si rifiuta di legittimare un sistema che avverte come distante, sordo e autoreferenziale. Ma per comprendere davvero la magnitudo di questo strappo, non basta la filosofia o il sociologismo d’accademia, dobbiamo avere il coraggio di guardare i numeri.

Anatomia di una diserzione di massa

Se la nostra Repubblica fosse un paziente ricoverato d’urgenza, il suo tracciato vitale mostrerebbe un collasso spaventoso. Non si tratta di mere speculazioni da salotto televisivo, ma di cifre nero su bianco che dovrebbero togliere il sonno a chiunque sieda nelle stanze dei palazzi del potere.

Prendiamo come pietra tombale della Prima e della Seconda Repubblica le elezioni politiche del 25 settembre 2022. Quella che doveva essere la consultazione fondamentale per il destino economico e sociale del Paese ha registrato un’affluenza ferma al 63,91% per la Camera dei Deputati, come inoppugnabilmente certificato dall’archivio storico Eligendo del Ministero dell’Interno. Tradotto in donne e uomini in carne ed ossa, significa che oltre il 36% degli aventi diritto, pari a quasi 17 milioni di italiani, ha deliberatamente scelto il partito dell’astensione. È il picco negativo di astensionismo più grave nella storia d’Italia per il rinnovo del Parlamento, un tracollo vertiginoso di ben nove punti percentuali rispetto al già magro 72,9% delle elezioni del 2018.

Il trauma collettivo delle europee

Ma l’apice di questa ritirata silenziosa, il vero schianto contro il muro della realtà, si è consumato poco dopo. Le elezioni europee dell’8 e 9 giugno 2024 hanno infranto l’ultimo grande tabù psicologico della nostra nazione. Per la prima volta da quando esiste il suffragio universale in Italia, il numero di chi è rimasto a casa ha superato la metà del corpo elettorale. I dati ufficiali rilasciati dal Viminale parlano un linguaggio atroce, laddove l’affluenza si è inabissata al 49,69%.

Più di un cittadino su due ha ritenuto che il Parlamento di Strasburgo, e le relative ricadute normative interne, fossero un’entità talmente aliena da non meritare nemmeno lo sforzo di una breve camminata fino al seggio. E se scendiamo nel dettaglio dell’astensionismo territoriale analizzando sempre i dati ministeriali, le voragini si fanno ancora più crudeli: le regioni del Sud e le Isole hanno registrato affluenze persino inferiori al 40%. La conferma, netta e amara, che l’emarginazione economica e l’assenza di infrastrutture si traducono istantaneamente in povertà democratica.

Le élite salottiere che associano l’astensionismo alla pura pigrizia compiono un errore di arroganza clamoroso. Quando la partecipazione crolla, quando le piazze si svuotano e l’iscrizione ai corpi intermedi si azzera, l’assenza alle urne è un preciso, violentissimo, atto di accusa.

Il mio voto non incide più sulla realtà: ecco la sentenza inappellabile che riecheggia nei bar delle nostre province, nelle fabbriche silenziose e tra le generazioni precarie. È la consapevolezza diffusa che l’agenda politica non si decida più nei parlamenti nazionali, ma venga eterodiretta da mercati finanziari, diktat sovranazionali e consorterie tecnocratiche del tutto estranee al mandato popolare. Il cittadino è stato declassato a semplice spettatore pagante.

E mentre le segreterie di partito continuano spudoratamente a brindare per clamorose “vittorie” calcolate sulle macerie di un elettorato dimezzato, il Paese scivola dritto verso un modello di democrazia oligarchica. Alla fine di questa spietata discesa nei numeri del nostro collasso democratico, resta una sola, brutale verità che dobbiamo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Crediamo, chiudendoci la porta di casa alle spalle nel giorno delle elezioni, di compiere l’atto supremo di sdegno. L’astensione non è un’arma, è il terreno fertile su cui prosperano le clientele e i piccoli potentati locali, a cui basta ormai una misera manciata di consensi per decidere della vita di tutti.

Dobbiamo svegliarci da questo torpore. Dobbiamo tornare a fare paura, e in una democrazia si fa paura in un solo modo, partecipando, scegliendo, occupando lo spazio. Perché se la storia ci insegna qualcosa, è che i vuoti di potere non esistono. Se decidete ostinatamente di non occuparvi della politica, state pur certi che la politica continuerà a occuparsi di voi.