Avete presente quella sensazione? Siete sul bus, o in coda per un caffè, e per un istante i vostri occhi incrociano quelli di uno sconosciuto. Panico. Il battito accelera, lo sguardo scappa via manco aveste visto un fantasma e, con una mossa degna di un ninja, tirate fuori lo smartphone. Eccolo lì, il nostro scudo spaziale. Il porto sicuro dove siamo tutti fighi, brillanti e tremendamente impegnati.
Siamo la generazione dei “leoni da feed” e dei “misantropi da ascensore”. Un paradosso che fa ridere, se non facesse un po’ paura: abbiamo migliaia di amici online, ma se il vicino di casa ci rivolge la parola senza preavviso, ci sentiamo violati nell’intimità come se ci avessero scassinato la porta di casa.
L’inflazione del filtro e la paura del “buona giornata”
Cosa ci è successo? La verità è che ci siamo abituati male. Sui social la comunicazione è asincrona, ho tutto il tempo di pensare alla battuta giusta, cancellarla dieci volte, aggiungere l’emoji perfetta e sembrare un genio della retorica. Nella vita reale, invece, c’è la diretta. C’è il rischio di balbettare, di avere un pezzetto di insalata tra i denti, di non sapere cosa rispondere.
Abbiamo smesso di allenare il muscolo dell’imprevisto. Preferiamo la versione sterilizzata dell’altro, quella che passa attraverso uno schermo Retina, perché l’essere umano in carne e ossa è complicato, puzza, interrompe e, soprattutto, non ha il tasto mute. Così, siamo diventati dei geni della connessione e dei totali analfabeti della relazione.
Quel grande bluff della “vita connessa”
Ormai essere social sui social è diventato un lavoro performativo. Dobbiamo far vedere che ci siamo, che siamo d’accordo con l’indignazione del giorno, che la nostra cena è più fotogenica della tua. Ma appena mettiamo giù il telefono, la bolla scoppia.
Ci ritroviamo a essere dei “disadattati funzionali”. Gente che sa gestire una crisi diplomatica in un gruppo Facebook di quartiere, sa partecipare alle olipiadi dell’ego, ma che va in iperventilazione se deve chiedere un’informazione a un passante. Siamo diventati misantropi per autodifesa, l’altro, quello vero, ci terrorizza perché non possiamo controllarlo con uno scroll.
La solitudine è il nuovo status
Il risultato è una società di monadi che si scontrano senza mai toccarsi. Siamo iper-informati su cosa ha mangiato a colazione un tizio che non vediamo dalle medie, ma non abbiamo idea di chi sia la persona che vive sul nostro stesso pianerottolo.
Questa non è più socialità, è un voyeurismo collettivo che ci sta rendendo sempre più soli e, diciamolo, un po’ asociali. Ci sentiamo pieni di interazioni, ma è come mangiare cibo spazzatura, ti senti gonfio, ma non sei nutrito. E la fame di contatto vero, quello che ti fa sentire vivo, resta lì, sepolta sotto strati di notifiche.
Il trucco non è cancellarsi da Instagram, ma ricordarsi che la realtà non ha bisogno di un hashtag per essere legittimata. Magari la prossima volta che qualcuno vi sorride per strada, provate a non guardare subito l’orario sul telefono. Potrebbe succedere qualcosa di incredibile; una conversazione!








