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Ti amavo quando eri nessuno: perché puniamo il successo degli altri con l’unfollow

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Foto di StartupStockPhotos da Pixabay

C’è un momento preciso, quasi chirurgico, nella vita di ogni creatore di contenuti o imprenditore digitale in cui il vento cambia direzione. Fino a ieri eri l’eroe della classe operaia del web, quello che “ci sta provando”, quello che mangia tonno in scatola e sogna in grande. I commenti erano un fiume di incoraggiamenti, una tifoseria compatta pronta a sostenere la tua scalata.

Poi, succede l’imprevisto, ce la fai. Arriva il contratto importante, la spunta blu, il sold out, o semplicemente un tenore di vita migliore ostentato nelle storie. Ed è lì, esattamente in quel momento, che scatta la ghigliottina sociale. Il like sparisce, l’engagement crolla e arrivano i primi commenti velenosi. Ma cosa scatta nella nostra testa? Perché amiamo la lotta ma odiamo la vittoria? Il problema reale non è il cambiamento dell’influencer, ma il nostro rapporto irrisolto con il successo degli altri.

La dittatura della mediocrità condivisa

Partiamo da una verità brutale: la gavetta piace perché è innocua. Quando guardiamo qualcuno faticare, scatta un meccanismo di identificazione orizzontale. Tu soffri, io soffro, siamo sulla stessa barca. La tua fatica valida la mia e il tuo tentativo mi fa sentire meno solo nel mio immobilismo. In questa fase, il creatore emergente è un nostro pari, un compagno di sventure. Sostenerlo non costa nulla emotivamente, anzi, ci fa sentire magnanimi.

Il problema sorge quando uno dei due scende dalla barca e sale su uno yacht. Lì si rompe il patto implicito di mediocrità condivisa. Il successo degli altri diventa improvvisamente uno specchio deformante che riflette le nostre insicurezze più profonde. Se tu, che eri uguale a me, ce l’hai fatta e io no, allora il problema non è il sistema, non è la sfortuna: sono io. E questo è un pensiero intollerabile per l’ego. Togliere il like diventa l’unico modo per spaccare quello specchio e non guardare in faccia la realtà.

La sindrome del papavero alto e il sospetto morale

In sociologia si parla spesso di Tall Poppy Syndrome, la sindrome del papavero alto. Si tratta della tendenza sociale a voler tagliare la testa al fiore che cresce più degli altri per riportare tutto a un’altezza uniforme e rassicurante. In Italia, questo fenomeno si intreccia con una cultura dove la ricchezza o la riuscita visibile sono spesso circondate da un alone di sospetto morale.

Non riusciamo ad accettare serenamente il successo degli altri perché ci costringerebbe ad ammettere la meritocrazia, o peggio, che l’altro è stato più tenace di noi. Preferiamo pensare che il successo abbia corrotto la sua anima. Dire “non lo seguo più perché non è più spontaneo come prima” è spesso una menzogna elegante che raccontiamo a noi stessi per non dire “non lo seguo più perché la sua felicità mi ricorda la mia frustrazione”.

Il tradimento dell’intimità digitale

C’è poi un fattore legato strettamente alle dinamiche di possesso dei social network. Quando seguiamo qualcuno che sta facendo la gavetta, sviluppiamo una relazione parasociale fortissima. Ci sentiamo azionisti di maggioranza del suo percorso. “Io lo seguivo quando aveva 200 follower” è una medaglia che ci appuntiamo al petto con orgoglio.

Quando quel personaggio diventa mainstream, sentiamo di aver perso l’esclusiva. Non è più “nostro”, ora appartiene a tutti. E se appartiene a tutti, nella nostra economia emotiva non vale più la pena investire tempo. È un meccanismo infantile, il giocattolo è bello solo se ci gioco solo io. Il successo degli altri, quando diventa di dominio pubblico, ci priva di quella sensazione di intimità privilegiata, rendendoci paradossalmente antipatico chi fino a ieri adoravamo.

Come uscirne (e perché conviene restare)

Dobbiamo imparare a fare un esercizio di onestà intellettuale. La prossima volta che il dito sta per premere “Unfollow” su qualcuno che ha appena annunciato un traguardo importante, chiediamoci: questo contenuto è diventato davvero brutto, o mi sta solo dando fastidio la sua luce?

Il trionfo altrui non toglie nulla al nostro potenziale. Anzi, dovrebbe essere la prova tangibile che “si può fare”. Se continuiamo a circondarci solo di chi si lamenta o di chi sta ancora annaspando, finiremo per normalizzare il fallimento come unica condizione di vita accettabile. Lasciamo quel like. Non per loro, ma per noi. Per abituarci all’idea che prima o poi, quel successo, potrebbe toccare anche a noi.