C’è un’immagine che più di ogni altra racconta la schizofrenia gestionale della Sardegna. In queste ore, mentre guardiamo con terrore il livello dei fiumi salire, chi gestisce le dighe sta facendo qualcosa che, a pensarci razionalmente, è la cosa più giusta da fare benché dolorosa; stanno aprendo le paratie.
Miliardi di litri d’acqua dolce, quell’oro cristallino che tra cinque mesi pagheremmo a peso d’oro per irrigare i carciofi o per far fare la doccia ai turisti in Costa Smeralda, vengono scaricati violentemente in mare. Fiumi di acqua preziosa che diventano acqua salata in pochi minuti.
È la beffa suprema. Oggi siamo in emergenza perché c’è troppa acqua. A luglio saremo in emergenza perché non ce ne sarà abbastanza. Ma perché siamo condannati a questo eterno pendolo tra alluvione e siccità? La colpa non è del cielo, è della terra e di chi la gestisce.
Perché svuotiamo le dighe? Non è follia, è sopravvivenza
Sgombriamo il campo dai complottismi da bar. Quando sentite che la diga di Maccheronis o quella del Liscia stanno scaricando, non è perché qualcuno vuole assetarci. È una manovra di sicurezza obbligatoria chiamata laminazione.
Le nostre dighe sono vecchie. Molte sono state progettate decenni fa con calcoli idraulici che non prevedevano le “bombe d’acqua” del cambiamento climatico attuale. Se l’invaso è pieno e continua a piovere, la diga rischia di cedere strutturalmente o di tracimare in modo incontrollato, cancellando i paesi a valle. Aprire le paratie è l’unico modo per evitare una strage.
Il problema, quindi, non è l’apertura in sé. Il problema è che non abbiamo alternative. Non abbiamo bacini di compensazione capaci di accogliere quell’acqua in eccesso per stoccarla altrove. Una volta uscita dalla diga, quell’acqua è persa per sempre.
Un nemico invisibile: l’interrimento
C’è un dato che fa spavento e di cui la politica parla poco perché risolverlo probabilmente costa caro e non porta voti immediati, la capacità reale dei nostri invasi è falsata. Sulla carta, una diga può contenere tot milioni di metri cubi. Nella realtà, il fondo di quella diga è pieno di fango, detriti e terra accumulati in cinquant’anni. È il fenomeno dell’interrimento.
È come avere una bottiglia da un litro che però per metà è piena di sabbia, ci starà solo mezzo litro d’acqua. In Sardegna abbiamo invasi che hanno perso dal 10% al 30% della loro capacità di invaso a causa dei sedimenti mai dragati. Risultato? La diga si riempie subito (perché è “meno profonda” del previsto) e siamo costretti a scaricare l’acqua molto prima di quanto dovremmo. Sprechiamo risorsa idrica semplicemente perché non abbiamo dove metterla.
Una rete colabrodo: la grande dispersione
Se lo scarico a mare è un dolore, quello che succede dopo la diga è un problema enorme. In Sardegna, la dispersione della rete idrica viaggia su medie imbarazzanti, spesso superiori al 50%. Significa che per ogni 100 litri che riusciamo faticosamente a salvare nelle dighe, 50 si perdono per strada. Nonostante si stia procedendo ad un lento graduale risanamento, spesso e volentieri abbiamo a che fare con tubature marce, condotte di epoca fascista o del dopoguerra, allacci abusivi nelle campagne. Immaginate di fare il pieno alla vostra auto sapendo che il serbatoio ha un buco che vi farà perdere metà della benzina prima di arrivare a casa. Nessuno accetterebbe una cosa del genere. Eppure, con l’acqua pubblica, lo accettiamo da decenni.
L’estate che verrà e la rabbia che monterà
Tra qualche mese, quando i titoli dei giornali cambieranno da “allerta rossa” a “razionamento idrico”, ricordatevi di queste giornate di gennaio. Ricordatevi di quanta acqua abbiamo visto correre verso il mare.
La siccità in Sardegna non è una calamità naturale imprevedibile ma è una calamità infrastrutturale. È la conseguenza della mancata pulizia degli invasi, della mancata costruzione di nuovi bacini di raccolta (i famosi “laghetti collinari” di cui si parla da trent’anni e che aiuterebbero l’agricoltura), e della mancata manutenzione delle reti.
Il cielo ci dà l’acqua, anche troppa e tutta insieme. Noi siamo quelli con lo scolapasta in mano che cercano di raccoglierla, lamentandosi poi che il secchio è vuoto.








