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Allerta rossa selettiva: se sei un dipendente privato, la tua sicurezza vale meno!

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Foto di Amber Stevens da Pixabay

Guardate fuori dalla finestra. O meglio, guardate le strade di Cagliari e provincia. Notate qualcosa di strano? Le scuole sono chiuse con lucchetti pesanti per ordinanza sindacale. Gli uffici pubblici hanno le luci spente, con i dipendenti giustamente al sicuro nelle loro case. Ma il traffico? Il traffico c’è. Ed è fatto da voi: commessi, operai, impiegati di aziende private, corrieri.

Oggi, 20 gennaio 2026, mentre la Protezione Civile urla che il rischio è massimo, in Sardegna va in scena l’ennesimo paradosso tutto italiano, l’allerta rossa selettiva. Una tutela blindata per il settore pubblico e scolastico, e una “roulette russa” lasciata alla discrezione del singolo imprenditore per il settore privato.

La vita vale in base al contratto di lavoro?

Siamo onesti, fa male dirlo, ma la sensazione è questa. Per il nostro ordinamento attuale, sembrerebbe che l’incolumità fisica abbia un valore diverso a seconda di chi firma la tua busta paga. Quando un Sindaco firma l’ordinanza di chiusura, ha il potere (e il dovere) di serrare le scuole e gli edifici pubblici. È un atto dovuto per evitare la paralisi del traffico e proteggere le fasce più deboli (gli studenti).

Tuttavia, quella stessa ordinanza, nel 99% dei casi, non vincola le attività private. Si limita a “raccomandare” prudenza, a “suggerire” di limitare gli spostamenti. Il risultato? Un gigantesco scaricabarile morale. Lo Stato se ne lava le mani dicendo “io vi ho avvisato”, e la palla passa al datore di lavoro. Se hai un capo illuminato, oggi sei in smart working o l’azienda è chiusa. Se hai un capo che mette il fatturato davanti all’incolumità (o che semplicemente teme di perdere commesse), oggi sei in macchina, sotto il diluvio, a schivare allagamenti e alberti volanti per timbrare il cartellino.

Il rischio in itinere: chi paga se succede l’irreparabile?

Qui la questione si fa tecnica e drammatica. La legge parla chiaro, il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare l’integrità fisica dei dipendenti (art. 2087 c.c.). Ma cosa succede nel tragitto casa-lavoro durante un’allerta rossa ignorata?

Se un dipendente viene travolto dall’acqua mentre va a lavoro perché l’azienda è rimasta aperta nonostante l’allerta della Protezione Civile, non siamo di fronte a una fatalità. Siamo di fronte a un infortunio in itinere, certo (quindi coperto dall’INAIL), ma si apre uno scenario ben più cupo di responsabilità civile e penale per l’azienda.

Costringere anche solo moralmente un dipendente a mettersi in strada quando le autorità consigliano di non uscire, espone il datore di lavoro a rischi enormi in caso di incidente. Eppure, in assenza di un divieto esplicito e coercitivo da parte del Prefetto o del Sindaco (che raramente hanno il coraggio politico di bloccare tutta l’economia), vige la legge della giungla.

Serve un automatismo legislativo

Non possiamo più affidarci al buon senso, perché il buon senso, davanti al profitto o alla paura di perdere il posto, sparisce. Serve una modifica normativa regionale o nazionale. Con l’allerta rossa, lo stop deve essere totale. Tranne i servizi essenziali (sanità, forze dell’ordine, protezione civile, energia), tutto il resto deve fermarsi o passare obbligatoriamente al remote working.

Non è ammissibile che nel 2026 si debba scegliere tra lo stipendio e la sicurezza. Non è ammissibile vedere autobus vuoti di studenti ma strade piene di lavoratori e precari che sfidano la sorte perché il negozio deve aprire.

Il maltempo è democratico, l’acqua non chiede che contratto hai prima di portarti via la macchina. Dovrebbe essere democratica anche la prevenzione. Finché non colmeremo questo gap normativo, ogni volta che piove conteremo i danni e, Dio non voglia, le vittime, chiedendoci di chi è la colpa. La colpa è di un sistema che lascia la sicurezza alla libera scelta, quando invece dovrebbe essere un diritto non negoziabile.